martedì 25 settembre 2012

"A gran giornate": le impressioni di Joëlle Cunéaz


Joëlle Cunéaz, che già aveva scritto di "Rapsodia su un solo tema" per "La Stampa" un paio di anni fa, mi ha fatto avere i suoi appunti di lettura (fintamente arruffati, in realtà lungamente meditati) su "A gran giornate". Ringrazio di cuore Joëlle, e riporto volentieri le sue impressioni per come sono.

"a gran giornate"
un compendio di disperate, equivoche (l'ambiguità si pregusta nel certificato di “battesimo” dei protagonisti, impacciate e istintive icone maschili: due su tutti, il timoroso spaventa, il casamagna ritratto perlopiù in auto) schermaglie buffonesche di alleniana ispirazione; una dissacrante, a tratti disarmante, allegoria del surreale quotidiano; un gorgogliante collage di compulsive esistenze, eco della beckettiana “assurda” casualità; un'istrionica odissea, u-cronica e senza meta, nei meandri della contemporanea, incurabile malata terminale, borghese provincia italiana, complice della "destrutturazione" di deviati arlecchini interiori.
a emergere è un senso di detestabile, eppure necessaria, domestica inquietudine, espressione di reconditi desideri personali, gelosamente custoditi, in realtà tacitamente condivisi.
il fil rouge? le mostruose sfaccettature di una picaresca convivenza coatta (implicito omaggio al salotto-enfer sartriano, arredato con gusto esistenzialista e dotato di itinerante ubiquità), l'apocalittico incedere di un grottesco, ineluttabile destino (l'irriverente sacrestano Nathan docet): “...per quanto la vita fugga, non s'arresti un'ora, la morte vien dietro, a gran giornate…”.
romanzo vagamente “noir”? volutamente umoristico? galleria di chiose letterarie? periclitante funambolo della parola, claudio morandini.
Joëlle Cunéaz

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