giovedì 21 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 3

Non mi sono prefissato di scrivere un noir. Avevo un’idea in mente, quella di un vecchio “tiranno” che torna, inaspettato, al suo posto, sempre più malato e confuso, gettando nello scompiglio i dipendenti che credevano di essersi sbarazzati di lui. La collocazione in un’università è venuta dopo – avrebbe potuto essere un ospedale, una caserma, che so, una fabbrica, uno di quei luoghi chiusi e regolati da norme che all’esterno sembrano assurde. Quando Matteo Di Giulio, a cui era stata affidata la cura della nuova collana “Inchiostro Rosso” di Agenzia X, mi ha proposto di scrivere un romanzo breve, ho avanzato la mia idea, che è suonata compatibile e su cui ho cominciato a lavorare. Ripeto, non avevo in mente di scrivere un noir, genere per il quale oltretutto nutro una certa diffidenza. Ma insomma, la proposta della collana mi sembrava interessante: un noir, sì, ma “politico”. E la libertà di movimento che mi è stata consentita (dentro il genere e fuori e di traverso) mi ha convinto.

Di mio ne "Il sangue del tiranno" ci sono diversi elementi. Per esempio, il fattaccio, l’omicidio, o meglio il tentato omicidio, non avviene subito, ma dopo nove capitoli. All’inizio i capitoli della prima parte erano un paio di più, e più densi, ma mi sono reso conto che non era il caso di giocare troppo con il senso dell’attesa e la pratica dell’indugio. Tutta la prima parte comunque è una lunga preparazione al delitto, costellata di un certo numero di false piste e tentativi falliti o progetti di delitto.
Un altro aspetto che sento mio è stata l’incertezza con cui si muovono i personaggi. Nessuno di loro ha assistito al crimine, o ne ha viste le conseguenze sul corpo della vittima. Ne parlano, ossessivamente, e dai loro discorsi il delitto emerge sfumato, indeterminato. Chissà com’è davvero andata – non lo sapremo mai, nemmeno dalla voce dell’ispettore chiamato a indagare, che sa ascoltare e si mostra affabile ma certo non ha intenzione di raccontare ciò che sa o condividere le sue conclusioni.
Altri elementi che amo ho inserito nel romanzo: una certa atmosfera declinante e crepuscolare, da fine di un’epoca, da disfatta imminente, e la consapevolezza che certi personaggi hanno di questo declino; certe ossessioni, certi tic che ho attribuito in particolare a un personaggio, il professor Calandrone; una voce ironica e un tantino cinica che narra, uno sguardo attento ai dettagli ma forse un po’ miope sull’insieme (il professor Martino Villani); un procedere che è quasi un divagare, scena dopo scena, senza troppa fretta, con l’aria di occuparsi d’altro.

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