domenica 24 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 6

Del noir ho accolto alcune convenzioni, che mi sembravano funzionali alla mia storia e compatibili con il mio modo di intendere la scrittura. Per esempio, e per semplificare, mi è piaciuto occuparmi del “perché” è accaduto il crimine, più che del “chi” secondo i dettami del poliziesco classico. Ma anche qui, per evitare di rimestare troppo in convenzioni già logorate da troppi autori, ecco che il “perché” non è rivelato, non è ricostruito per intero, ma solo supposto, a frammenti.
Un altro cliché è quello della figura di chi indaga: non un esperto, o un ficcanaso, certo non un professionista dell’indagine, ma - nel caso del mio "Sangue del tiranno" - un accademico caratterizzato da un dongiovannismo un po’ di maniera, pieno di dubbi e di noia, che la perdita di senso della sua professione ha reso cinico (sto prendendo spunti dalla quarta di copertina). Diciamo che avrei scelto un personaggio così in ogni caso, e che la natura di Villani non è tale in ossequio al noir, e aggiungiamo pure che non possiede certe peculiarità che invece affliggono tanti investigatori improvvisati del noir di consumo.

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