
Un altro modello letterario sta alla base de “Il sangue del tiranno”, quel dramma estenuante e irritante che è “Le Roi se meurt” di Eugène Ionesco. Estenuante, irritante, esasperante capolavoro, lungo il quale l’agonia di Bérenger I si dilata, confondendosi con la morte e con il sogno della morte. Agonia generale: è l’intero regno a andare alla deriva, la reggia è degradata a ripostiglio o – peggio – a palcoscenico, i personaggi si agitano insensati, la solennità ha un che di morboso e di sciamannato, niente funziona più, nemmeno il riscaldamento (e siamo appena agli inizi), la ritualità diventa compulsiva e inceppata, le trombe di corte risuonano a vuoto. Questi i miei ricordi, non so se dovuti alla lettura del dramma o alla visione di qualche messa in scena – in ogni caso meglio la prima, direi, dopo una veloce scorsa a youtube, in cui si profilano frammenti di realizzazioni frenetiche oppure inerti, troppo concentrate sul lato farsesco per dar conto del senso di morte (e della riflessione sulla morte) che promana dal testo.
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