sabato 30 aprile 2011

A proposito de "Il sangue del tiranno", 7

Per “Il sangue del tiranno” mi serviva un ambiente chiuso e regolato da norme e gerarchie sfuggenti – un ospedale, una caserma, una scuola superiore sono state le prime immagini che mi sono venute in mente, scartate poi una alla volta per diversi motivi. Ho ripiegato infine sull’università, anzi sul piccolo ateneo di provincia, che mi è subito sembrato la scelta migliore perché il mondo universitario da qualche anno è fatto oggetto di attacchi dissennati, di tagli di fondi, di incomprensione, di derisione, di leggi umilianti. Questo essere sotto assedio mi ha immediatamente colpito – l’ho subito visto come una lotta tra poteri, tra gerarchie, in cui il discorso culturale finiva per passare in secondo piano, se non scomparire. Luogo chiuso, autoreferenziale, minacciato dall’esterno – e tutto rovina, tracima, sparisce, si squaglia, nell’indifferenza di tutti.

Un altro modello letterario sta alla base de “Il sangue del tiranno”, quel dramma estenuante e irritante che è “Le Roi se meurt” di Eugène Ionesco. Estenuante, irritante, esasperante capolavoro, lungo il quale l’agonia di Bérenger I si dilata, confondendosi con la morte e con il sogno della morte. Agonia generale: è l’intero regno a andare alla deriva, la reggia è degradata a ripostiglio o – peggio – a palcoscenico, i personaggi si agitano insensati, la solennità ha un che di morboso e di sciamannato, niente funziona più, nemmeno il riscaldamento (e siamo appena agli inizi), la ritualità diventa compulsiva e inceppata, le trombe di corte risuonano a vuoto. Questi i miei ricordi, non so se dovuti alla lettura del dramma o alla visione di qualche messa in scena – in ogni caso meglio la prima, direi, dopo una veloce scorsa a youtube, in cui si profilano frammenti di realizzazioni frenetiche oppure inerti, troppo concentrate sul lato farsesco per dar conto del senso di morte (e della riflessione sulla morte) che promana dal testo.

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