giovedì 7 aprile 2011

Un frammento

«Facciamo così, caro. Ci metta un morto» mi dice Pallanza. «Un bel morto ammazzato, verso pagina trenta.»
«Un morto.»
«Un morto, sì. Rendiamo più oscura questa storia. Non che sia male, tutt’altro. Ma diamole mordente. Facciamo fare un salto sulla sedia ai nostri lettori.»
«Non pensavo a un morto» dico. «Cioè, sì, prima o poi qualcuno muore, muore sempre qualcuno, nelle mie pagine, è vero, ma si tratta per lo più di malattie, lunghe malattie, lunghissime anzi, o di incidenti per disattenzione, o per incredibile sprovvedutezza. Non mi viene mai in mente di farli uccidere i miei personaggi.»
«E invece dovrebbe, caro. Il mondo è pieno di omicidi.»
«Non è mica tanto vero, sa.»
«Il mondo della provincia» continua Pallanza, senza ascoltarmi. «Le sonnolente, ambigue, ipocrite città della provincia. Ha idea di quanto omicidi avvengono?»
«No, ma occhio e croce non direi quanti quelli scritti.»
Pallanza, per contraddirmi, e mostrare che la realtà è così, piena di assassini, anzi di assassini seriali, invece di citare le pagine della cronaca nera, come mi aspetterei, attacca con una serie di riferimenti cinematografici. Ecco qual è la sua realtà, penso sconfortato.
Obietto ancora. E lui, per confutarmi, tira in ballo i telefilm.
«Tutti uccidono, vede, caro. Mica solo i personaggi di carta. Tutti. Anche quelli di celluloide.»
«Io no che non uccido» obietto.
«Lei ne scriva, è più che sufficiente.»

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