Affascina e turba il romanzo-saggio di Lilian Auzas,
“Riefenstahl” (pubblicato da poco dalle Editions Léo Scheer), dedicato appunto alla
figura di Leni Riefenstahl. Cerchiamo di non essere impazienti, nel tornare con
il pensiero sul libro, e di non voler arrivare subito alle domande ineludibili
che la Riefenstahl costringe a porsi: che cosa ha rappresentato la protezione
di Hitler nella vita professionale e artistica di Leni, e in quale misura Leni
ha contribuito, con il suo talento, al rafforzamento del carisma di Hitler; a
queste domande si arriverà, nel corso del libro, ma con circospezione, con garbo quasi, verso la
metà, attorno a pagina 100. Prima c’è il racconto dello sviluppo della
vocazione artistica della Riefenstahl, sin dall’adolescenza, prima nella danza,
poi nel cinema, poi, finalmente, nel passaggio da attrice a regista (la
fotografia, passione senile, arriverà negli ultimi capitoli). Auzas, che della
protagonista del suo romanzo d’esordio è stato studioso, dipinge la giovane
Leni come una artista ambiziosa e volitiva, dominata da un desiderio ossessivo
di realizzazione e di successo, via via più consapevole del proprio talento,
spinta ad assumere atteggiamenti spiazzanti e anticonformisti in un mondo
maschilista, dove la vediamo muoversi con la forza esplosiva di una Lulu, o di
una Lola Lola. Leni è soprattutto affamata di bellezza (di una sua idea di
bellezza, che rivelerà qualche sintonia con l’ideologia nazista) e alla
continua ricerca del mezzo espressivo più efficace per rappresentarla. Per
qualche anno questa bellezza resta circoscritto al suo stesso corpo danzante, all’intensità
delle sue interpretazioni, alla sua presenza fisica, alla mitizzazione di lei
stessa come creatura di fiaba. Arriva però il momento in cui la ricerca di un sublime
estetico si sposta altrove: questo avviene dopo l’incontro con Hitler, di cui
Leni è devota ammiratrice. Allora saranno i congressi del partito nazista, le
adunate di popolo, le parate militari a diventare oggetto della mitizzazione (non
solo della contemplazione estetica) della Riefenstahl.
Auzas esprime assai bene il turbamento che si prova, da
spettatori, dinanzi alle immagini dei film più spiccatamente nazisti della Riefenstahl:
si percepisce il talento, si sente la cura artistica del dettaglio, del
montaggio, dell’inquadratura, ma allo stesso tempo si avverte con stridore che
quel talento e quella cura sono messi al servizio di un progetto orribile. La
domanda a questo punto cade a proposito: quanto Leni, con la forza visionaria
del suo cinema, ha contribuito a rafforzare il nazismo e ad alimentare il
carisma del suo capo? Auzas pone questa domanda, ma lascia che sia il lettore a
dare una possibile risposta. La pone anche al suo personaggio, o meglio
immagina diversi momenti nei quali la protagonista si è confrontata con questa
domanda – con questa e con altre non meno urgenti, che concernono tutte le
personalità che hanno accettato di non fuggire di fronte al manifestarsi del
nazismo e anzi hanno continuato a dipendere da esso secondo diversi gradi di
connivenza. Insomma, quanto la Riefenstahl è complice dell’irresistibile ascesa
del Fuhrer come uomo-mito, e quindi, indirettamente, responsabile di ciò che
questi ha compiuto?
La Leni di Auzas, venuta a conoscenza delle atrocità
commesse dai nazisti prima e durante la guerra, reagisce in due modi:
attraverso una gigantesca (e sofferta, si direbbe) opera di rimozione e di
negazione, e insieme attraverso la totale dedizione al proprio lavoro (anche
durante la guerra, anche verso la fine, quando tutto è ormai perduto): cioè
rifugiandosi nel suo personale mondo di miti e bellezza, fatto di fondali,
storie che coniugano fantasticherie e realismo, pezzi di pellicola da montare con
puntiglio ossessivo. In questo senso, il racconto della vita della Riefenstahl
ci aiuta a decifrare l’atteggiamento non solo di molti artisti che si sono
compromessi con il regime, ma anche quello della maggioranza della popolazione
tedesca.
Lilian Auzas è un sincero ammiratore dell’arte e del talento
della regista tedesca. In una serie di capitoli brevi, taluni brevissimi,
alterna il punto di vista dominante della Riefenstahl con il proprio, e
racconta le proprie emozioni alla scoperta della personalità controversa della
regista. Quando, nel ricostruire l’andamento di una scena, si concede delle
ipotesi, lo riconosce con franchezza, come avviene in un episodio cruciale,
quello della stesura di una lettera di denuncia nei confronti dell’amico e
collaboratore Béla Balázs. Dal momento che il suo è un romanzo, non un saggio
biografico, il rigore della ricostruzione e il ricorso alle fonti si mescola
sapientemente a un certo grado di libertà, nelle brillanti sequenze dialogate,
nel completamento di momenti controversi o oscuri, nella descrizione della
complessa interiorità della protagonista, nell’ambiguità di certe sue scelte
etiche; soprattutto, in quanto romanzo, gioca sui “forse” e sui “chissà se”, e solleva
domande a cui ci invita a rispondere.
Leni Riefenstahl resta ambigua, anche alla fine, quando nel
giustificare se stessa gioca sulla differenza tra essere stati nazisti ed
essere stati ammiratori di Hitler (lei si situa tra questi ultimi); il suo
infaticabile e multiforme progetto artistico rimane appesantito da un
atteggiamento opportunistico e da un profondo egocentrismo. Non è stata l’unica
a compromettersi (e a dannarsi per così dire l’anima), ma la forza innegabile
del suo talento ha reso più difficile se non impossibile accogliere le sue
giustificazioni e comprendere molte sue scelte. Questa problematicità, che ci
tira in ballo personalmente e ci mette ancora profondamente a disagio, è uno
dei punti di forza del romanzo di Lilian Auzas, che spero di vedere presto
tradotto in Italia.




