domenica 2 settembre 2012

Letture: Lilian Auzas, "Riefenstahl"


Affascina e turba il romanzo-saggio di Lilian Auzas, “Riefenstahl” (pubblicato da poco dalle Editions Léo Scheer), dedicato appunto alla figura di Leni Riefenstahl. Cerchiamo di non essere impazienti, nel tornare con il pensiero sul libro, e di non voler arrivare subito alle domande ineludibili che la Riefenstahl costringe a porsi: che cosa ha rappresentato la protezione di Hitler nella vita professionale e artistica di Leni, e in quale misura Leni ha contribuito, con il suo talento, al rafforzamento del carisma di Hitler; a queste domande si arriverà, nel corso del libro, ma con circospezione, con garbo quasi, verso la metà, attorno a pagina 100. Prima c’è il racconto dello sviluppo della vocazione artistica della Riefenstahl, sin dall’adolescenza, prima nella danza, poi nel cinema, poi, finalmente, nel passaggio da attrice a regista (la fotografia, passione senile, arriverà negli ultimi capitoli). Auzas, che della protagonista del suo romanzo d’esordio è stato studioso, dipinge la giovane Leni come una artista ambiziosa e volitiva, dominata da un desiderio ossessivo di realizzazione e di successo, via via più consapevole del proprio talento, spinta ad assumere atteggiamenti spiazzanti e anticonformisti in un mondo maschilista, dove la vediamo muoversi con la forza esplosiva di una Lulu, o di una Lola Lola. Leni è soprattutto affamata di bellezza (di una sua idea di bellezza, che rivelerà qualche sintonia con l’ideologia nazista) e alla continua ricerca del mezzo espressivo più efficace per rappresentarla. Per qualche anno questa bellezza resta circoscritto al suo stesso corpo danzante, all’intensità delle sue interpretazioni, alla sua presenza fisica, alla mitizzazione di lei stessa come creatura di fiaba. Arriva però il momento in cui la ricerca di un sublime estetico si sposta altrove: questo avviene dopo l’incontro con Hitler, di cui Leni è devota ammiratrice. Allora saranno i congressi del partito nazista, le adunate di popolo, le parate militari a diventare oggetto della mitizzazione (non solo della contemplazione estetica) della Riefenstahl.
Auzas esprime assai bene il turbamento che si prova, da spettatori, dinanzi alle immagini dei film più spiccatamente nazisti della Riefenstahl: si percepisce il talento, si sente la cura artistica del dettaglio, del montaggio, dell’inquadratura, ma allo stesso tempo si avverte con stridore che quel talento e quella cura sono messi al servizio di un progetto orribile. La domanda a questo punto cade a proposito: quanto Leni, con la forza visionaria del suo cinema, ha contribuito a rafforzare il nazismo e ad alimentare il carisma del suo capo? Auzas pone questa domanda, ma lascia che sia il lettore a dare una possibile risposta. La pone anche al suo personaggio, o meglio immagina diversi momenti nei quali la protagonista si è confrontata con questa domanda – con questa e con altre non meno urgenti, che concernono tutte le personalità che hanno accettato di non fuggire di fronte al manifestarsi del nazismo e anzi hanno continuato a dipendere da esso secondo diversi gradi di connivenza. Insomma, quanto la Riefenstahl è complice dell’irresistibile ascesa del Fuhrer come uomo-mito, e quindi, indirettamente, responsabile di ciò che questi ha compiuto?
La Leni di Auzas, venuta a conoscenza delle atrocità commesse dai nazisti prima e durante la guerra, reagisce in due modi: attraverso una gigantesca (e sofferta, si direbbe) opera di rimozione e di negazione, e insieme attraverso la totale dedizione al proprio lavoro (anche durante la guerra, anche verso la fine, quando tutto è ormai perduto): cioè rifugiandosi nel suo personale mondo di miti e bellezza, fatto di fondali, storie che coniugano fantasticherie e realismo, pezzi di pellicola da montare con puntiglio ossessivo. In questo senso, il racconto della vita della Riefenstahl ci aiuta a decifrare l’atteggiamento non solo di molti artisti che si sono compromessi con il regime, ma anche quello della maggioranza della popolazione tedesca.
Lilian Auzas è un sincero ammiratore dell’arte e del talento della regista tedesca. In una serie di capitoli brevi, taluni brevissimi, alterna il punto di vista dominante della Riefenstahl con il proprio, e racconta le proprie emozioni alla scoperta della personalità controversa della regista. Quando, nel ricostruire l’andamento di una scena, si concede delle ipotesi, lo riconosce con franchezza, come avviene in un episodio cruciale, quello della stesura di una lettera di denuncia nei confronti dell’amico e collaboratore Béla Balázs. Dal momento che il suo è un romanzo, non un saggio biografico, il rigore della ricostruzione e il ricorso alle fonti si mescola sapientemente a un certo grado di libertà, nelle brillanti sequenze dialogate, nel completamento di momenti controversi o oscuri, nella descrizione della complessa interiorità della protagonista, nell’ambiguità di certe sue scelte etiche; soprattutto, in quanto romanzo, gioca sui “forse” e sui “chissà se”, e solleva domande a cui ci invita a rispondere.

Leni Riefenstahl resta ambigua, anche alla fine, quando nel giustificare se stessa gioca sulla differenza tra essere stati nazisti ed essere stati ammiratori di Hitler (lei si situa tra questi ultimi); il suo infaticabile e multiforme progetto artistico rimane appesantito da un atteggiamento opportunistico e da un profondo egocentrismo. Non è stata l’unica a compromettersi (e a dannarsi per così dire l’anima), ma la forza innegabile del suo talento ha reso più difficile se non impossibile accogliere le sue giustificazioni e comprendere molte sue scelte. Questa problematicità, che ci tira in ballo personalmente e ci mette ancora profondamente a disagio, è uno dei punti di forza del romanzo di Lilian Auzas, che spero di vedere presto tradotto in Italia.

sabato 1 settembre 2012

"A gran giornate": la sorpresa di settembre

Da oggi, il mio "A gran giornate" è inserito nella Selezione Libri del Mese delle librerie Feltrinelli e godrà quindi di una bella visibilità in tutta Italia. Mi pare un'ottima notizia, non solo per me, ma anche (e soprattutto) per gli amici delle Edizioni La Linea, che stanno promuovendo il romanzo con ammirevole convinzione.

martedì 28 agosto 2012

"Rapsodia su un solo tema": l'opinione di Domenico Calcaterra

Sulla sua pagina facebook, Domenico Calcaterra ha scritto di "Rapsodia su un solo tema": 

Lettura che ci ha fatto desiderare l'esistenza di un simile compositore o meglio iniziare un improbabile gioco delle somiglianze che, per poca cultura, non siamo stati capaci di condurre avanti. Per questo libro potrebbe chiamarsi in causa la disputa filosofica sull'esistenza o meno dei personaggi di finzione. Per dire che il libro di Morandini, fuga, dal punto di vista del lettore, ogni possibilità di dubbio: Dvoinikov esiste, veramente; così come Ethan Prescott, musicista a sua volta, esegeta, ammiratore... E come non dire poi della deriva paranoica che ogni forma di censura e di potere totalitario viene a nutrire (qui messa magistralmente in rilievo da una costruzione narrativa davvero sapiente). 

Costruito come una partitura contemporanea che tiene dentro tutti gli umori del Novecento, questo di Claudio Morandini è un romanzo in ultimo dalla decisiva caratura esistenziale. 


lunedì 20 agosto 2012

"A gran giornate" su "La Nuova Sardegna"

Una "mini-recensione" dedicata al mio "A gran giornate" compare, anonima e intitolata "Avventure picaresche", sull'edizione online de "La Nuova Sardegna":

«In "A gran giornate" ho preferito, per una volta, rifuggire dalla ricerca psicologica, e lasciarmi andare al racconto di avventure (i "picari" non hanno bisogno di psicologie complesse, sono animati da poche ossessioni, sempre le stesse)». L'autore presenta così sul suo blog personale questo romanzo, il quinto della sua carriera: i "picari ciabattoni" protagonisti (Spaventa, Casamagna, Semenzani, Nathan e gli altri), tutti alla ricerca di qualcosa che manca alle loro vite, sono al centro di avventure disperate quanto comiche.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/07/23/news/mini-recensioni-1.5447201

giovedì 16 agosto 2012

"A gran giornate": l'analisi di Norma Stramucci

 Ricevo da Norma Stramucci questa acuta, appassionata analisi del mio "A gran giornate", e ricopio subito. L'opinione di Norma, poetessa ("Erica", "Del celeste confine"), narratrice e docente ("Lettere da una professoressa", pubblicato come i precedenti da Manni), mi è particolarmente cara.


Il nuovo nell’arte può essere caratterizzato come la possibilità di combinazioni strutturali semantiche inattese, impossibili o proibite in una fase precedente, la capacità di determinare uno shock con un linguaggio artistico, un senso inatteso. Lo scatto verso un nuovo livello di complessità è vissuto dall’uditorio come una folgorazione improvvisa, un’esplosione di pensiero.
(J. M.  Lotman, Cercare la strada, Marsilio, 1994,  p. 93)
Allegoria è parola che compare sia nella prima che nell’ultima pagina dell’ultimo romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate, La Linea, 2012. Non è dunque capriccio di lettore il tentativo di appropriarsi del codice segreto che gli permetta di accedere all’isotopia, al senso altro alluso dalle vicende narrate, al piano dove sia possibile infine la connotazione. Esperirla dai particolari può risultare persino agevole: si può scoprire, ad esempio, il senso della fratellanza tra gli uomini, quando incombe un pericolo, nell'io narrante e in Semenzani che, in una surreale pensione, dove una porta chiusa nasconde alla vista una mostruosa creatura che li terrorizza e di cui sentono ogni notte i ringhi non umani, si trovano a condividere lo stesso letto: “Il materasso, concavo nel mezzo, ci faceva scivolare l’uno verso l’altro nel sonno, e talvolta, in piena notte, quando ci destavano i versi della creatura, ci sorprendevamo vicendevolmente stretti, come a proteggerci dal buio. Seguivano proteste, scuse e, non confessato, il permanere di una sensazione di piacevole tepore, di abbraccio soccorrevole” (p. 149).  Si tratta del leopardiano sentimento della Ginestra e la “creatura” potrebbe essere la denotazione della Natura maligna, ovvero del male. Ma altre vie Morandini offre alla libera interpretazione. Così la “creatura” amorevolmente custodita dai genitori che si suppongono capaci di ogni nefandezza per la sua sopravvivenza potrebbe, appunto allegoricamente, rimandare alla latente corruzione dei costumi nel nostro Paese, dove molti uomini, dalle funzioni semplici o complesse, dai padri ai politici, calpestano il bene comune in favore del loro personale “mostro”, anch’essi comunque con le loro fobie, le mosche, nel caso della padrona della pensione. Riguardo alla bambola gonfiabile di Onorato Casamagna, altro personaggio principale del romanzo, il senso da scoprire è nel pizzico di vita di cui l’oggetto gode: si muove, ma poco; ha persino imparato a parlare, ma appena e flebilmente. Il gioco è chiaro e non lusinghiero per l’uomo contemporaneo che, evidentemente, non ha ancora rinunciato all’idea di una donna completamente a sua disposizione e tacita la propria coscienza con la “vita” della bambola, poi sempre pronto a sgonfiarla, a ripiegarla, a riporla nella sua valigia, a toglierle autonomia nonostante quella “vita” prema, bussi alla sua coscienza con il “tambureggiare di un sepolto vivo appena svegliatosi” (p. 15). Franchino Spaventa ha invece martoriato il proprio corpo fino a farne uno spettacolo da baraccone. E nel baraccone vi è un mondo indegno che ne gioisce. Una sofferenza, quella del suo corpo, in fondo dovuta alla crudeltà altrui, come quella di Cristo. Ma Cristo ha patito per una ragione, non per nulla, come lui, ed in ciò, probabilmente, l’allegoria:  “[…] scorse pendere sull’altare un crocifisso di rara crudeltà, con un Cristo contorto e sanguinante e urlante. Quel volto ricoperto di sangue e capelli, le ulcerazioni su tutto il corpo scheletrico, l’anatomia spinta a una postura impossibile lo fecero sentire profondamente inadeguato, lui con i suoi tatuaggi e i suoi quattro buchi in faccia” (p 91).  Il sagrestano Nathan, scoperto il piacere della nudità, dopo aver partecipato del bigotto scandalismo del paese di fronte a una struttura naturista lì sorta, pretende poi il cappello e la giacca da uno spaventapasseri, ovvero da un vecchio lambito, persino negli occhi aridi, dalle formiche: “Mezzo chilometro più in là, tra gli orti, si ergeva una figura immobile. Nathan, credendola uno spaventapasseri, mosse verso quella per sottrarle il copricapo, anche lurido e sfondato, e proteggersi dal sole” (p. 65). Nessuna conquista dell’uomo dunque appare definitiva, il compromesso è sempre alle porte. Gabriele Angous, l’Uomo Malato, scopre che il piacere anelato gli è concesso perché moribondo, e dunque l’infermiera Francine perde per lui ogni attrattiva, a significare che nulla è davvero importante se non il fatto di vivere, verità a cui è invece pervenuto Duprez, che pur vecchio, ha ormai più vita di lui e ha perso  nell’alito  l’odore della “corrosione mortale del suo torace” (p. 126).
Particolari, quelli appena accennati, in una babele di altri significati da scoprire all’interno del filo conduttore che lega ogni vicenda, compresa quella del viaggio finale: il movimento.  Non vi è capitolo infatti in cui non ci si muova: Casamagna in treno e poi in auto, Nathan per i boschi, Spaventa in un furgone, Angous e Ollssen in treno e in corriera, e tutti i movimenti confluiscono poi nel viaggio finale in cui i protagonisti (tranne Angous, sostituito da Duprez) si incontrano. L’allegoria del viaggio che non conclude si pone in antitesi con la tradizione, da Ulisse a Dante e può rimandare a una definizione del movimento data da Lotman, in Cercare la strada: si tratta di uno  “stato transitorio posto tra la staticità originaria e un punto finale, la fine della storia, anch’esso per sua natura statico” (p. 22).  La straordinarietà è nella considerazione che nel romanzo di Morandini i tanti movimenti, il tanto andare, a gran giornate, non ha fine tanto che un’espressione di movimento: “ci stiamo dirigendo” (p. 255) (non) conclude il romanzo.
Esplode il pensiero ad ogni pagina di questo libro di Morandini che, ancora una volta, si attesta come uno dei maestri della narrativa contemporanea, capace di mettere, come si legge in quarta di copertina, “a nudo le complessità dell’essere umano, la forza dell’odio e dei desideri, esplorando gli anfratti più profondi della mente”, anche quando protagonista si fa il paesaggio. Sarebbe ben interessante un’analisi della struttura dell’opera rapportandola alla struttura della nostra cultura. Scopriremmo che gli shock continui che Morandini elargisce, da un lato rimandano certamente alle grandi categorie cosmologiche (la ricerca del senso, lo spazio, il tempo, la morte…) ma dall’altro ogni tema è profondamente ancorato al qui ed ora. Un presente dunque, ma in movimento anch’esso, e dove domina l’imprevedibilità, ossia ciò che rende possibile quanto è veramente nuovo: il mondo, nella realtà seconda creata, si fa convenzione, reali le parole del romanzo.  Si tratta di finzioni, certamente, e d’altronde nella realtà non si possono avere amplessi con donne dal profilo di pesce (p. 64) né sarebbero plausibili terapie mediche in cui si sia imbracati a testa in giù a una ruota (p. 133). Finzioni, appunto. Ma, come scrisse Puskin, “Sulla finzione io mi sciolgo in pianto”. 
Norma Stramucci

martedì 14 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Angelo Ricci

Angelo Ricci, sul suo blog "Notte di nebbia in pianura", uno dei migliori e dei più attivi blog letterari, scrive cose egregie del mio quinto romanzo. Della sua lettura riporto una parte, consigliandovi di leggere il resto su http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it.

Con A gran giornate Morandini rinverdisce e rivitalizza la tradizione del romanzo, di quel romanzo che prende le mosse dal Settecento inglese di Sterne per approdare ai Savinio, ai Landolfi, ai Celati, ai Cavazzoni.
A gran giornate è un monumento alla narrazione, ma non alla narrazione fine a e stessa, bensì a quella narrazione che ha il compito di rappresentare la nostra contemporaneità per mezzo dell’esaltazione della parola.
Morandini non mette certo in atto una struttura narrativa dedita alla fuga dalla realtà, anzi. A gran giornate, come i romanzi autenticamente grandi, diviene strumento per la comprensione dei tempi a noi coevi, e fa questo per mezzo di un efficacissimo filtro letterario che, proprio per la sua completezza incisiva, è più che mai adatto a onorare quello che è il compito del narratore: rappresentare i propri tempi attraverso la traslazione del sentire comune dell’umanità.
Ed è la traslazione di questo sentire comune che Morandini fa pienamente sua, dando vita a una storia che racchiude in sé il senso della vita e anche quello della morte. Per questo A gran giornate è un unicum narrativo. Un unicum narrativo che dimostra ancora una volta come per fortuna esistano narratori con la enne maiuscola.

http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/08/a-gran-giornate-di-claudio-morandini-la.html

"A gran giornate": ancora dalla recensione di Fabio Ciriachi


Non resisto alla tentazione di proporre un altro stralcio della lusinghiera recensione che Fabio Ciriachi ha dedicato al mio "A gran giornate" sulla rivista "Critica impura" (http://criticaimpura.wordpress.com/).
Il materiale umano, che i protagonisti di questa scricchiolante corte dei miracoli assemblano, si giova dell’ausilio di personaggi che sono minori solo per la quantità dei loro contributi, rimanendo comunque capaci, anche con poco, di aggiungere sapore e nutrimento agli ingredienti di un impasto che, nel corso della narrazione, vira sempre più deciso verso quei sapori forti propri di una definitiva e insensata giostra del finire. È il caso del vecchio padre di Casamagna, che nel fervore del santuario dove è stato appena miracolato crede che la bambola gonfiabile del figlio, disposta su una sedia a rotelle per motivi fraudolenti, sia la sua sfortunata nuora in cerca di una grazia; del sindaco Campiglio, della parrucchiera Dafne e della bibliotecaria Nora Musetti (per elevare lo spirito del sacrestano Nathan pretende che impari a memoria Les tragiques di Agrippa d’Aubigné) le cui vite sono rivoluzionate dall’arrivo della nuova aiuto-bibliotecaria Belinda, armata di un’immediatezza che basta, da sola, a sovvertire i detto e non detto su cui si ripete il destino ipocrita del paese; e ancora gli imberbi componenti di un gruppo post-punk la cui ormonale atarassia si sospende solo quando sono intenti a produrre una così elevata quantità di rumore da nascondere ogni possibile traccia di musica dai loro concerti, frutti già guasti delle aggressive madri al seguito; l’ambigua coppia che gestisce una pensione dove incombe lo spettro del cannibalismo, stando ai ringhi notturni che fuoriescono da una stanza dove è proibito entrare e della cui misteriosa ospite i gestori negano in modo pervicace l’esistenza.
Lo squallore avvilente di un’umanità a ben vedere molto più “normale” di quanto gli eccessi con cui si mostra indurrebbero a credere, viene sostenuto in modo perfetto dalla scrittura di Morandini le cui doti di sintesi, non nuove a chi ha già letto almeno un altro suo romanzo, toccano qui punti di vera maestria, con dialoghi e descrizioni capaci, in pochi fondamentali elementi, di inverare un carattere, delineare una situazione, mettere in piedi una rete di psicologie; e anche di cambiare registro con invidiabile scioltezza, padrona soprattutto di una spietata comicità che attenua l’urto con i molti inferni attraversati e ristora, di sana consapevolezza, chi si è immerso, impavido, in questo labirintico avello.
http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/

lunedì 13 agosto 2012

"A gran giornate": l'opinione di Loris Biazzetti

Ricopio volentieri le righe che Loris Biazzetti, amico e eminente esegeta di Mina (cfr. http://www.minafanclub.it), mi ha inviato a proposito del mio romanzo "A gran giornate".

C'entrerà come i cavoli a merenda, ma la lettura di A GRAN GIORNATE, nel raffronto tra lo stile di scrittura di Claudio e quello di tante vere o presunte glorie letterarie dei nostri giorni, mi ha fatto pensare ad un efficace parallelo che un mio amico minologo ha tracciato tempo fa a proposito della diversa "profondità" di approccio al canto di una Mina rispetto alla più giovane Giorgia: "La voce di Giorgia incarna la dimensione 'lineare' del canto, disegna la melodia con bella grafia e sinuosi arabeschi su un foglio di carta", mentre la 'tridimensionale' Mina "opera sulla profondità scultorea, sui chiaroscuri, sulla plasticità della materia testo-musica. Mentre le parole di Giorgia sono tutt'uno col gioco grafico-lineare, le parole di Mina si materializzano, si stagliano dal fondale con la tangibilità di un bassorilievo, capace di evocare asperità terrene e alludere a sovrannaturali levigatezze marmoree...".
Proprio questo è l'effetto che mi fa ogni romanzo di Claudio rispetto alla piattezza stilistica di una certa ipo-letteratura oggi imperante: i suoi personaggi non rimangono intrappolati nella dimensione 'lineare' della pagina scritta ma prendono prepotentemente forma e vita al punto che quasi te li senti respirare addosso e quasi ti pare di vederli gironzolare per casa. Come sul set di un film.
E questo A GRAN GIORNATE - con il suo campionario di varia umanità che inizialmente, come in una raccolta di novelle, sembra muoversi in ambiti narrativi ben distinti per poi accomunare i propri destini in un'unica storia on the road dai contorni metafisici - avrebbe tutte le carte in regola, al pari e forse anche più di altre opere claudiesche, per ispirare una sceneggiatura cinematografica d'alto profilo. Pensate che cosa potrebbe venirne fuori, nelle mani di un regista visionario, caustico, provocatorio e spregiudicato come François Ozon (penso, in particolare, a SITCOM, a tutt'oggi Il suo film forse più geniale e surreale). O pensate alla stessa storia riletta da un entomologico indagatore dei meandri più oscuri della psiche come David Cronenberg. O da quell'ancor più gelido e inquietante osservatore delle aberrazioni umane che è Michael Haneke: avete presente LA PIANISTA con una Isabelle Huppert mai così insana, morbosa e - in una parola - "morandiniana"?...

domenica 12 agosto 2012

"A gran giornate": altre presentazioni

Ancora qualche fotografia dalle presentazioni di "A gran giornate". 
Nella prima, scattata il 30 luglio 2012, mi trovo alla Crotta di Vegneron a Chambave (AO). L'incontro era organizzato da Nathalie Dorigato nell'ambito della rassegna "Degustar leggendo".

Una delle migliori conversazioni su "A gran giornate" è avvenuta nella sala del Consiglio Comunale  di Cogne, il 4 agosto 2012, grazie soprattutto a Stefania Celesia, che ha organizzato l'incontro e lo ha inserito nel ciclo di conferenze a cura dell'Associazioni Musei di Cogne.






Sabato 11 agosto ho avuto il piacere di presentare "A gran giornate" a La Thuile, in uno spazio aperto messo a disposizione da Serendipity Coffee and Words. E per ora è tutto, direi.



"A gran giornate": l'opinione di Fabio Ciriachi su "Critica Impura"

La rivista "Critica Impura" (http://criticaimpura.wordpress.com) ospita la magnifica analisi che Fabio Ciriachi ha voluto dedicare al mio romanzo "A gran giornate". Ne riposto oggi la parte iniziale, e vi invito ovviamente a leggere il resto sulla pagina http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/. 
Anzi, vi invito a continuare a seguire l'eccellente rivista non solo letteraria curata da Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli.

Collocato in un arco di suggestioni temporali che spazia dagli umori di certa fantascienza otto-novecentesca alle tematiche catastrofiste nel cui clima ha preso consistenza il postmoderno, il romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate (La Linea, luglio 2012), mette sulla pagina una macchina narrante di tale mobile complessità da rendere sapida e coinvolgente la parte riservata al lettore partecipe.
Grazie alla mirabile saldezza della scrittura, l’inizio pare piano e ragionevole, e quasi rassicura per quanto le indicazioni dell’io-narrante – che pure traccia fin da subito un quadro niente affatto roseo del luogo in cui conduce se stesso e noi – coincidono con le regole che il lettore partecipe si è proposto di seguire (“mi sono abbandonato fiducioso a questi scarti”) nell’attraversare un testo che presenta una struttura fluida come un tapis-roulant, col lento sfilare, uno alla volta, dei personaggi (tutti al limite di qualcosa) che poi si aggregheranno in quella patetica carovana del nulla nel cui smarrimento conclusivo si compiono e rinnovano gli intenti allegorici del romanzo, nonostante il finale che solo un rigurgito di cieca speranza può far percepire aperto.
http://criticaimpura.wordpress.com/2012/08/11/a-gran-giornate-la-grottesca-corte-dei-miracoli-di-claudio-morandini-in-una-recensione-di-fabio-ciriachi/