domenica 22 aprile 2012

Su "A gran giornate", 4

Avevo insomma quest’idea picaresca del romanzo, un’idea forte, che sentivo tanto più quanto più è lontana dalle mie abitudini. Personaggi che vanno alla deriva, rischiano anche la pelle, si abbandonano alla vertigine della fuga o della caccia, sembrano alla ricerca di qualcosa o di qualcuno ma forse semplicemente sono trascinati dagli eventi e dalle coincidenze. Li sentivo sempre più mossi da poche pulsioni primarie, come la fame, il sesso, la paura, il desiderio – qui, sì, sapevo di incrociare il romanzo picaresco, quell’agitarsi sempre un po’ insensato, un po’ folle, che però sembra l’unico possibile, l’unico naturale in quel mondo feroce e intricato.
I picari alla Lazarillo de Tormes non mi servivano più di tanto; i miei picari li volevo presi da una quotidianità abbastanza simile a quella nostra, li volevo per così dire pinzati e tirati via dalle loro vite molto borghesi senza che avessero il tempo di mettersi il vestito buono, o un paio di scarpe adatte. Soprattutto non li volevo troppo “americani”, nel senso di “cinematografici”. Li volevo invece inadatti all’avventura, goffi, sudati da subito. Li volevo buffi, come l’Hulot di Tati, ma molto più verbosi, li volevo proprio come Stanlio e Ollio – cioè stupidi, ma capaci anche di credersi perfettamente in grado di superare ogni problema.

Nessun commento: