domenica 15 aprile 2012

Su "A gran giornate", 1

Vengo a sapere che “A gran giornate”, il mio quinto romanzo, inserito nella collana Tam Tam delle Edizioni La Linea di Bologna, uscirà a luglio. Marco Nardini, con cui già l’anno scorso ho lavorato (in felice sintonia) alla revisione del libro, ha voluto collocarmi in quella collana di narrativa, primo autore italiano tra giovani e meno giovani autori di tutto il mondo ottimamente tradotti. La cosa mi rende felice e piacevolmente impaziente di tornare sul romanzo quando sarà il momento della correzione delle bozze. Nell’attesa, provo a riordinare le idee e a mettere per iscritto qualche riflessione, nella speranza che possa interessare a qualcuno. Prevarrà, in queste note, un uso dell’io di cui chiedo scusa ma che mi pare inevitabile (certo è curioso, per un libro che dall’io ha cercato di prendere distanze via via più ampie).

Sentivo il bisogno di alcune cose, dopo la stesura di “Rapsodia su un solo tema”: una voglia libera di avventura in tempi e luoghi non definiti e non definibili, che non imponessero un vero e proprio lavoro di documentazione e in un certo senso si giustificassero da se stessi; un desiderio di fare a meno di psicologismi, anzi proprio di caratteri. In generale, “A gran giornate” è nato proprio così, da un impulso di libertà, di curiosità anche. Non avevo una direzione da seguire, né tanto meno dei personaggi da veder crescere, né tantomeno una scaletta da rispettare (quella non ce l’ho più da un pezzo). Avevo delle figure, pallide figure di adulti smarriti, che negli episodi che andavo scrivendo ho cominciato per pura comodità a chiamare X, Y, o con altri segni, senza preoccuparmi di chi fosse X o Y (ci sarebbe stato il tempo di affibbiare loro dei nomi veri). Li volevo cacciare in avventure improbabili, spinti da un impulso che rimanesse implicito, o in fuga da qualcosa, o alla ricerca di qualcos’altro.

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