lunedì 16 aprile 2012

Su "A gran giornate", 2

La coerenza psicologica dei personaggi di “A gran giornate” si è costruita da sé, in un certo senso mio malgrado; un po’ alla volta (nel corso cioè dei cinque comodi anni in cui mi sono dedicato alla stesura del romanzo) quelle azioni attribuite a X o a Y hanno finito per avere un senso, e i personaggi hanno assunto una loro dimensione. Non credo si tratti di caratteri complessi – non era il caso che lo fossero. Sono figure semplici, animate da sentimenti o impulsi primari, ma il fatto di sapere poco di loro le rende più complesse di quanto siano – come lo sono, che so, gli sconosciuti di cui captiamo per la strada dei brandelli di conversazione che proprio per la nostra incapacità di ricostruirne il contesto assumono un fascino particolare, e ci sembrano rimandare a profondità misteriose, mentre sono il più delle volte inconsistenti. Sono, i miei personaggi, dei tipi, delle macchiette a volte; se ne distacca forse l’io narrante, che paradossalmente è uno dei più reticenti a rivelarsi, e che sembra giocare con il racconto delle vite degli altri e operare una sorta di sottile manipolazione che chissà che senso ha.

La prima scena che ho scritto è stato l’ultimo episodio, quello in un paesaggio freddo e ostile, in cui roccia e ghiaccio si confondono, e le tracce umane sono solo illusorie. Ho lasciato che lontane reminiscenze letterarie si mescolassero a quello che andavo inventando (Verne, il Gordon Pym di Poe) senza preoccuparmi di verificare: ecco allora gli uccelli minacciosi, la colonna di fumo che pare di fabbrica e invece è vulcanica, e altro che ora non ricordo. Ecco, anche, certe fantasticherie infantili in cui immaginavo, nel corso di gite in famiglia, di perderci per lande appunto ostili e disabitate – un’idea già romanzesca, a cui bisognava dar corpo, prima o poi.

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