CM - Le Edizioni Elliot hanno da poco
pubblicato, nella traduzione di Monica Capuani, Riefenstahl, il romanzo che il giovane autore di Lione Lilian Auzas
ha dedicato alla regista e fotografa Leni Riefenstahl. Parlo di romanzo, non di
biografia, perché così è stato presentato nel 2012 in Francia dalle Editions
Léo Scheer, e perché così l’ho sentito al momento della lettura – un romanzo in
cui l’invenzione narrativa, l’introspezione psicologica, l’evocazione di
momenti e ambienti nascono da un apparato di conoscenze storiche che però non
opprimono mai. Sentiamo che cosa ne pensa Lilian Auzas.
LA -
Innanzitutto bisogna sapere che fra me e Leni Riefenstahl vi è una lunga
storia. La sua personalità mi ha sempre incuriosito da quando, una notte d’estate,
ho visto sulla rete franco-tedesca ARTE, il programma Leni Riefenstahl - La forza delle immagini di Ray Müller. Ho letto,
leggo e continuerò a leggere tutto ciò che riguarda Leni Riefenstahl. Sono
all’agguato ogni volta che esce un libro sull’argomento. È un vero chiodo
fisso. Così mi ritrovo con dei libri italiani, anche se non parlo la vostra
lingua, oppure con un catalogo di una mostra in giapponese… Leni Riefenstahl è
stata poi l’argomento scelto per la mia tesi di laurea in Storia dell’arte. Ho
racimolato moltissimo materiale su di lei, a furia di lavorare su archivi,
fonti e vari libri di studiosi di storia.
La
Riefenstahl è un personaggio estremamente complesso. Senza dubbio umano. Molto
contraddittorio. Quando ho smesso le mie ricerche dopo aver iniziato una tesi
di dottorato, avevo ideato il progetto di una monografia su di lei. Volevo
sbarazzare la sua figura dal cliché
dell’artista di propaganda di regime. Non che la cosa sia falsa, al contrario.
Ma le opere sono ben più ricche. L’idea del romanzo è germogliata a poco a poco
durante la stesura della monografia: Leni Riefenstahl è un personaggio
romanzesco. Allora mi ci sono buttato.
CM - Quanto ti ci è voluto per ottenere
questa “leggerezza” di tono, visto che il tema si prestava a un trattamento –
come dire – “pesante”?
LA -
La leggerezza del romanzo, come tu dici, sta nella stessa personalità della
Riefenstahl. A ben leggerlo, il testo non è appesantito dallo sfondo storico. E
così che ho voluto. Vi è presente solo quando riguarda Riefenstahl. Ho trattato
la vita di Riefenstahl per episodi. È un omaggio al suo modo di costruire un
documentario. Selezionare solo le cose più importanti e saper creare momenti
insieme dolci e forti, pacati e intensi. Ed è quel che ho fatto. Tutto è
importante e oscillo tra momenti privati e tratti che riguardano la sua vita
pubblica. E ciò provoca una specie di catarsi. Ne scaturisce un ritratto
sfumato, almeno così spero. Questo trattamento episodico sottolinea anche il
suo lato fulmineo. Perché, se Leni Riefenstahl è vissuta fino a centouno anni,
dal 1902 al 2003, nondimeno ha attraversato il XX secolo in fretta e furia.
Detestava le pause. Al cinema come nella vita.
CM - Molte scene del romanzo sono concepite
quasi come pagine di dialogo tra il brillante e il mélo, sembrano pronte per
essere trasformate in sceneggiatura. È una scelta calcolata? Io l’ho letto come
un omaggio (ironico, ma sentito) all’arte di Leni, al suo passato di attrice, a
una fase ancora pionieristica del cinema.
LA -
Questo mi fa piacere, perché la cosa è volontaria. Sono contento che tu mi
faccia questa domanda. Ho tentato di applicare al mio romanzo il metodo
riefenstahliano, cioè quello di vedere con la mente prima di filmare, o di scrivere.
In Riefenstahl, ogni dialogo serve il
romanzo. Lo anima, e quasi sempre viene piazzato durante i momenti più forti:
il litigio con il padre, l’incontro con Arnold Fanck, ecc. I dialoghi non sono
mai superflui. Non lo sono mai nei film della Riefenstahl. Quindi, il romanzo
assume una forma ibrida, perché è perfettamente adattabile per diventare un
film.
CM - Ti sei concesso delle libertà
(storiche, biografiche) nel raccontare la vita di Leni Riefenstahl?
LA -
Sì, certo. Ho letto in Francia e in Italia che si parlava del mio romanzo come
se fosse una biografia. È sbagliato. È un ritratto. Quindi, soggettivo. Certo,
posso appiccicarmi alla realtà, ma per creare questo ritratto mi sono preso
qualche libertà. Tuttavia, tutti gli avvenimenti sono veri. Mi spiego: ogni
fatto che descrivo è stato tratto dalle Memorie
della Riefenstahl, da varie testimonianze o da scritti di storici. Quando certi
studi si contraddicevano, ho fatto io la scelta, vuoi incrociando le fonti,
vuoi fidandomi della mia intuizione. È stato difficile ridare un’apparenza
umana al mostro che quella donna era diventata. In nessun modo ho cercato di
riabilitarla, contrariamente, ancora una volta, a ciò che è stato detto. Ho
voluto essere giusto nei suoi confronti. E non taccio certo sulle zone buie
della sua carriera. Sull’episodio polacco o gli zingari del film Bassopiano (Tiefland) per esempio, non volevo giudicarla. Spetta al lettore
farsi una propria opinione su questa donna.
CM - Poi ci sono i dialoghi…
LA –
Proprio nei dialoghi mi sono preso le maggiori libertà. Come potrei sapere ciò
che Leni e Hitler si sono detti veramente a quattr’occhi? Altri esempi: Leni
Riefenstahl ha davvero fatto sesso con due uomini in una sauna a Davos la sera
stessa in cui Hitler è stato eletto cancelliere? Non lo so. Quel che so è che
lei si trovava a Davos, in una sauna col suo fidanzato dell’epoca, il cameraman
H. Ertel e il suo maestro di sci W. Prager. L’informazione è confermata da S.
Bach. Dopo questo soggiorno, Ertel diventerà il suo ex e Prager il suo nuovo
compagno… Che cosa possono fare due uomini e una donna in una sauna, la sera
tardi?… La scenata che Leni fa davanti ad Hitler e Goebbels per il montaggio di
Trionfo della Volontà non si è svolta
in quella maniera, ma in due momenti distinti: prima in sala di montaggio, poi
durante un ricevimento da Hitler. Ho sintetizzato il tutto in un unico
avvenimento per creare un momento drammaticamente più forte. Ma la sostanza è
vera. Insomma, queste piccole cose, i documenti citati, la poesia… tutto è
vero.
CM - Il vero tema del libro sembra essere il
rapporto tra l’arte e il potere, in particolare quel limite, ambiguo,
rischioso, che divide la libertà dell’espressione artistica dall’opportunismo
cortigiano. Chi si serve di chi, tra Riefenstahl e Hitler? Chi sfrutta chi, dei
due? Chi ha avuto più da guadagnarci? Riefenstahl si è messa al servizio del
nazismo o ha cercato di sfruttarne l’appoggio per realizzare i suoi progetti
artistici? (Questa seconda opzione non la rende naturalmente meno colpevole…)
LA -
È un argomento molto interessante. Sia ben chiaro: Leni Riefenstahl è
colpevole. Almeno per quanto riguarda il fatto che non abbia mai a cose fatte
la sua implicazione artistica nell’apparato nazista. Chi si serve di chi?
Entrambi. Hitler aveva al suo servizio un’artista di grande talento fin dal 1932,
e senza nulla chiedere, giacché fu la Riefenstahl ad andare da lui; lei lo
presenta, nel Trionfo della Volontà,
come il Führer, come un dio vivente. La Riefenstahl ha senz’altro approfittato
del sistema. Contratta per se stessa compensi astronomici, e Hitler le offre
una villa nella periferia chic di Dahlem. Per La vittoria della Fede, il partito nazista le regala per giunta una
macchina. Ma, si badi, lei negoziava. Non era avvezza a tacere. E difficilmente
la si poteva corrompere. Ognuno trovava il proprio tornaconto: Hitler, una
formidabile propagandista, Riefenstahl una posizione e la ricchezza.
Riefenstahl era sul serio “sedotta” politicamente da Hitler, sennò non si
sarebbe impegnata così tanto, mi sembra ovvio. La cosa più difficile da
stabilire per lei, sono i suoi limiti nei confronti del nazismo. Di fronte ad
Hitler la sua fede era indefettibile, di fronte agli altri, non ne sarei così
sicuro. Heinz von Jaworsky, un suo collaboratore, affermava che lei gli avrebbe
confessato una cosa del genere: «Se non ci fossero tanti criminali intorno a
lui, Hitler avrebbe potuto essere un grande uomo»…
CM - Ci riconosciamo ancora nell’idea di bellezza (solenne, statuaria, eroica,
anche kitsch, se vogliamo) perseguita
dalla Riefenstahl per tutta la vita, o possiamo considerarla vintage, e ammirarla come si ammirano le
cose lontane e ormai incomprensibili?
LA –
No, affatto. L’arte di Leni Riefenstahl è molto attuale. Lei non ha inventato
nulla, ma ha sublimato il corpo umano, come hanno fatto Prassitele o Michelangelo
prima di lei. Con il suo metodo, ha conferito nuovi parametri alla
rappresentazione dell’uomo. Una rappresentazione che vige tuttora, nella
pubblicità, nella moda, perfino nel cinema. Molti film riecheggiano motivi
riefenstahliani. Per esempio, La grande
bellezza di Sorrentino, uscito l’anno scorso, cita quasi, un’inquadratura
dopo l’altra, un passo del prologo di Olimpia,
attraverso il gioco d’ombra sulle statue antiche. Volenti o nolenti, che la si
ami o non la si ami, Leni Riefenstahl è una maestra del cinema.
CM - E tu, come scrittore, ti senti in
qualche modo debitore nei confronti
della sua ricerca artistica?
LA -
La domanda si riallaccia a ciò che ho appena detto. Riefenstahl ha avuto la sua
parte nella storia del cinema. Era una regista di grande talento ed era
riconosciuta come tale. Molti registi le sono debitori e le rendono omaggio:
Quentin Tarantino, in Inglorious basterds,
ma altri come George Lucas, Jodie Foster, Stanley Kubrick, Coppola… Quanto a
me, mi sento debitore nei suoi confronti? Sì, perché la sua vita così complessa
è andata ad alimentare un romanzo. Ma non sono né fotografo, né regista, quindi
è difficile per me rispondere alla domanda. Tuttavia, quando guardo i lavori di
altri artisti, mi rendo conto che sono in molti a sentirsi debitori nei suoi
confronti. Helmut Newton ha detto di lei un giorno: «Come artista la ammiro. È
la fotografa e la regista più rivoluzionaria dei nostri tempi, anche se le sue
opere naziste erano pessime». Una rivoluzione, sì. Ed è ciò che la Riefenstahl
ha provocato nel mondo dell’immagine.
CM - Il tuo romanzo è tutt’altro che
un’operazione di revisionismo: non nasconde le responsabilità e le tragiche
leggerezze della Riefenstahl, non mostra alcuna indulgenza per le sue scelte
mentre esprime ammirazione per il suo talento di artista. Eppure ho
l’impressione che da destra si sia letto e si stia leggendo Riefenstahl con una certa
superficialità, proprio come se fosse un’opera improntata a un certo
revisionismo assolutorio. Eri consapevole di questo rischio, quando hai
cominciato a scriverlo? È così vischiosa la “seduzione del male”?
LA -
Sì, ero consapevole di questo rischio. Infatti, certe critiche positive, almeno
in Francia, mi hanno un po’ fatto venire i brividi, più di quelle negative,
perché lasciavano trapelare quel revisionismo di cui parli. Sembravano
affermare: «Riefenstahl aveva ragione, Riefenstahl era un genio, lasciatela
stare!» Altre, più scontrose, mi hanno rimproverato questa mia indulgenza. Lo
ripeto: quando evoco Bassopiano o la
lettera contro Béla Balázs, non mi sento indulgente. E non do infatti prova di
revisionismo. Ho voluto mostrare le contraddizioni della Riefenstahl, e ogni
campo vi ha letto ora la sua ingenuità, ora la sua mostruosità. Mentre ho
voluto solo parlare di un essere umano. Poche persone, in realtà, hanno capito
questo libro. E spesso mi hanno parlato di un libro che non ho mai scritto…
CM - Certo, basterebbe conoscere anche le
altre due opere della tua trilogia per capire subito che il tuo Riefenstahl è tutt’altro che un’opera
accomodante, che non vuole certo rendere glamour
il nazismo o ridurre il drammatico rapporto tra gli artisti rimasti in Germania
e il potere nazista a una serie di scene da commedia.
LA -
Sì, hai ragione…
CM - Le vere intenzioni del tuo Riefenstahl si chiariscono
definitivamente se si conoscono gli altri due titoli di quella che tu hai
chiamato “trilogia totalitaria, dedicata” (traduco dalla quarta di copertina di
La voix impitoyable, pubblicato
sempre da Léo Scheer nel 2013) “alla velenosa seduzione del male”. Vuoi
presentare brevemente questi altri due libri al pubblico italiano, che ancora
non li ha letti?
LA -
Prima c’è una favola, Charlie Fuchs et le
monde en marge (Charlie Fuchs e il
mondo sul margine), che è una parabola sul totalitarismo. Vi si racconta di
una fiaba rimasta manoscritta e quindi mai pubblicata. I protagonisti, Charlie
la volpe, Porcelène la maialina, e Roland l’oca, interpretano eternamente
la loro storia fino a quando gli appunti in margine del libro si ribellano sotto
l’egida del cancelliere del Margine per invadere il racconto. Tocca a Charlie e
ai suoi amici ristabilire la frontiera e vivere un’altra avventura. Spetterà
loro scrivere la loro storia e diventare così veri eroi. Si tratta di una
favola con almeno due livelli di lettura: per i bambini e per gli adulti.
La voix impitoyable (La voce impietosa) è il mio secondo
romanzo, uscito in Francia nello scorso agosto. È la storia di Gautier Maigné,
un giovane fotografo, la cui vicina di casa, di origine tedesca, e di una certa
età, si è suicidata perché aveva un segreto troppo pesante da mantenere. Ed è
questo segreto che egli cercherà di trovare grazie ad un’audiocassetta che lo
psicoanalista della vecchia signora gli ha consegnato. La voix impitoyable comincia a Torino, una città che mi è
particolarmente cara. Questo è la trilogia totalitaria: Riefenstahl evoca l’implicazione e il diniego; Charlie Fuchs la resistenza e La
voce spietata la colpevolezza. Spero che possiate leggerli un giorno in
Italia…
CM - Me lo auguro anch’io, Lilian. Il progetto
della trilogia ti era chiaro da subito, quando hai cominciato a scrivere Riefenstahl, o si è formato in seguito,
un po’ alla volta?
LA -
Il termine “trilogia” è nato dopo. Diciamo che i miei primi tre libri evocano
la questione del totalitarismo. Ma non ho scritto Riefenstahl con l’idea di scrivere gli altri due…
CM - Che cosa pensi dell’edizione italiana
del tuo romanzo e dei riscontri che sta avendo in Italia?
LA -
Trovo la copertina dell’edizione italiana davvero bellissima. Elliot Edizioni
ha scelto un ritratto assolutamente sublime della Riefenstahl, tratto dal film S.O.S. Iceberg del 1933. Un amico che
legge bene l’italiano mi ha detto che il romanzo è stato ottimamente tradotto
da Monica Capuani. Non mi rendo bene conto dell’impatto del mio libro in
Italia, ma ricevo regolarmente articoli di giornali. Devo dire che sono rimasto
sbalordito e anche molto onorato che se ne sia parlato su La Repubblica in occasione del decennale della morte della
Riefenstahl. Ho l’impressione che il libro trovi riscontri più importanti in
Italia che non in Francia… Ma è ancora troppo presto per dirlo…
(Traduzione dal francese di Jean-François Lattarico)








