“Masticando umani”, del
brasiliano Santiago Nazarian (La Linea, 2013), è il racconto in prima persona
di un caimano che ha imparato il linguaggio umano decifrando simboli e lettere
che gli si presentavano davanti agli occhi – una dote, come scopriremo, tutt’altro
che rara, in un romanzo in cui tutti, proprio tutti parlano, anche gli
scarafaggi, anche i bidoni sfondati. A spingere il giovane ed eloquente caimano
via dalle paludi della foresta verso le fogne di una grande e non nominata
città del Brasile è il desiderio di cambiare e di capire, l’aspirazione a
praticare l’arte e la filosofia, una curiosità profonda per l’uomo, inteso sia
come modello a cui ispirarsi sia come cibo maggiormente appetibile. La vita del
caimano raccontata da lui stesso diventa, pagina dopo pagina, l’applicazione di
un principio ovvio ma vero: siamo ciò che mangiamo – principio che il ragionare
del caimano declina anche così: diventiamo ciò che mangiamo, o, ancora,
vogliamo mangiare ciò che vogliamo essere.
Bene, si diceva delle fogne:
anche qui, un incessante via vai, un continuo tracimare di porcherie dal mondo
di sopra, un gran daffare di legioni di topi burocrati, e il conforto della
compagnia di altri tipini con cui il caimano fa conoscenza – un rospo fumatore
accanito, un cane troppo magro per rappresentare qualcosa di allettante, un
ragazzino del sottoproletariato urbano che scende per farsi di colla e magari
tentare di leccare il rospo a cui attribuisce proprietà allucinogene. Tutti
parlano, parlottano, litigano, minacciano, si raccontano storielle, mentono,
fanno e disfano in una sorta di frenetica e perfida parodia del sopramondo.
Sono animali opportunisti e doppiogiochisti, ingordi di cibo spazzatura gettato
dalla gente di sopra, ottusi – potremmo dire – come molti degli umani di scarse
qualità che ci capita di incontrare ogni giorno. In mezzo a loro il caimano
scivola con un umore fluttuante tra la delusione, l’impulso a ribellarsi e il
desiderio di integrazione; a distinguerlo dalle altre bestie, oltre alla stazza
e all’apertura delle fauci, è lo spirito contemplativo, il ragionare sui propri
atti e sulle conseguenze che potranno avere, il porsi domande che restano prive
di una risposta soddisfacente – ecco, in questo è davvero molto umano. Non è
come le altre bestie che inscenano una dissennata scimmiottatura dell’umanità,
e nemmeno come quegli esseri umani che sembrano voler recuperare, anche qui con
mezzi insensati, una sorta di animalità perduta. A intrigarlo, in particolare,
è la doppiezza della sua indole, la dicotomia tra natura e cultura, tra bestialità
e umanità. In questo ragionare riesce a essere sottile e tutt’altro che banale:
in mezzo a tante creature viventi che vogliono solo “provare la miseria della
razza umana” imitandola alla meno peggio, il caimano vuole invece “dominare la
bellezza della selvatichezza animale”, circoscriverla in una sistema filosofico
che metta insieme il fulmineo e irreparabile azzanno mortale con il senso di
solidarietà, con una humanitas che ci
verrebbe da definire terenziana.
Nella seconda parte del
romanzo (una seconda parte che tagliamo noi, un po’ a naso, visto che il libro
non è suddiviso in capitoli, e scorre denso e come spinto da una corrente
costante), il buon caimano viene adocchiato, catturato, portato in un istituto universitario
in cui, addestrato all’uopo da altre bestie di ogni specie, diventerà docente, terrà
dei corsi di “Razionalità animale” (o “Irrazionalità umana”, le due discipline
coincidono) a una legione di cavallette e a giovani tonni, si troverà
invischiato nelle pastoie della burocrazia accademica, scoprirà un nuovo genere
di infelicità, o meglio affinerà quel tipo di infelicità intellettuale che è
propria di chi ragiona troppo e invidia gli stupidi o le bestie, che non
pensano, almeno per quel che se ne sa. Qui, nel sopramondo ordinato e asettico,
almeno in apparenza, le reminiscenze disneyane si fanno più fitte, si fa più
forte il retrogusto da film di animazione con qualche pretesa tipico degli anni
duemila – saranno quei nomi, soprattutto quelli francesi, l’astice Voltaire, la
testuggine dottor Goncourt… Ma sono ammiccamenti amarognoli, perché la
letteratura può sondare livelli più profondi, e se fa la parodia della parodia
(tutti quei film di animazione sono essenzialmente parodie di altri film, se
non, ahimè, di trasmissioni televisive) è solo per alludere alla spaventosa
superficialità dei nostri tempi, e non per ossequiare il giochino postmoderno
dell’indovina-chi-cito-adesso.
Al caimano scapperà anche
di mangiare uno dei suoi allievi – da questo atto nascerà il suo
allontanamento. Intanto, pensa a un libro, in cui consegnare la storia della
sua vita e soprattutto le sue riflessioni – l’ultima parte del romanzo di
Nazarian si sofferma proprio sulle traversie editoriali del caimano scrittore esordiente,
con la velocità accelerata delle sequenze finali di un cartone animato, con la
frenesia di chi ha deciso di buttare all’aria gli ultimi residui barlumi di
verosimiglianza.
Insomma, “Masticando
umani” è un romanzo veloce, divertente e dotato di un suo strambo valore
pedagogico – sulla contemporaneità e, naturalmente, sulla natura umana.






