“Sto solo dicendo che trovarmi qui in mezzo, sul margine tra due
situazioni, mi piace, non so perché, mi fa sentire al mio posto.”
(Stefano Zangrando, Amateurs)
Due libri che ho letto di
recente, tra i tanti che allungano lo sguardo oltre i margini, raccontano lo
sconfinare come condizione ineludibile: l’uno nello spazio, l’altro nel tempo.
Sono entrambi pubblicati da editori “di confine”, quello di Stefano Zangrando
dalle Edizioni Alphabeta Verlag di Merano, dal bel catalogo bilingue, quello di
Urs Widmer da Keller di Rovereto, una presenza “dentro e fuori i confini
d’Europa” ormai consolidata nella realtà editoriale italiana. La curiosità di
questi editori per l’oltre, il loro ragionato esplorare territori nuovi, il
loro muoversi tra sperimentazione e tradizione ci consentono di avvicinarci a
forme di letteratura verso cui altrimenti non guarderemmo.
Amateurs di Stefano Zangrando (Edizioni Alphabeta Verlag, 2015)
potrebbe apparire un romanzo generazionale, e forse in origine lo è stato,
quando cioè l’autore non ancora trentenne lo ha concepito; ma poi Zangrando ci
è tornato su negli anni successivi, con il senno di poi potremmo dire, e a più
riprese, facendone qualcosa di diverso, e addirittura prendendo le distanze, o
mostrando di prenderle, rispetto a quei temi e a quelle atmosfere: tant’è che
oggi, nel parlarne agli amici lettori, Stefano Zangrando quasi invita a
considerarlo “un’opera minore”, un “satellite dialogico” anche “più frivolo”
rispetto a un’opera prima ormai introvabile e comunque imperfetta, bisognosa di
cure.
Va bene, noi lo abbiamo
letto con divertimento, perché ci ha fatto pensare a una commedia, anzi a una sorta
di sit-com impossibile, dalle lunghe scene dilatate, cosa che in una sit-com è
proibitissimo, ma insomma l’arguzia stralunata e le goffaggini e gli inciampi dei
due giovani protagonisti divaganti a Berlino ci facevano quasi sentire in
sottofondo le risate registrate. Valentino (il puntiglioso io narrante) e
l’amico Gerwin, giovanotti di confine (uno altoatesino, l’altro sud-tirolese)
entrambi sconfinati a Berlino, inquieti il giusto, inseguono un possibile senso
nuovo, prima esplorando locali notturni, poi finendo quasi in mezzo a scontri
tra manifestanti e polizia, poi a teatro: sempre un po’ sfasati e a disagio, forse
più che dall’obiettivo che si sono posti sono attratti dalla possibilità di parlarne,
forti di una cultura che fornisce loro appoggi di auctoritates e sottigliezze retoriche che lo stato di
sovreccitazione anche alcolica impiastriccia solo un po’. È bello questo
perdersi raccontato per così dire in tempo reale, senza ellissi, nel rispetto
di un’ostinata unità di tempo. Pensateci: i personaggi, questi “amateurs” della
vita che cercano uno sconfinamento proprio nella città più sconfinante e
limitanea che esista, si trovano però in una storia che tutto sommato rispetta
le unità aristoteliche, concedendosi poche deroghe anche a quella di azione, e
insomma avviluppando i due giovanotti in una struttura che procede libera ma
che potrebbe anche essere intesa come una ferrea gabbia di vincoli.
Quanto a Il sifone blu, si tratta di un viaggio
nel tempo sentimentale e perfino commovente – un doppio viaggio, anzi. Lo ha
immaginato lo svizzero Urs Widmer, in un romanzo in due parti tradotto con
precisa sintonia da Roberta Gado per l’editore Keller (la stessa Gado ne ha scritto
nel numero 14 di Fuori Asse, ricordate?). Nella prima parte l’io narrante e
protagonista, scrittore che ci si figura facilmente con le fattezze dello
stesso Widmer, torna indietro nel tempo di cinquant’anni, fino alla sua
infanzia, e da straniero a se stesso, incuriosito dal passato proprio e dei
propri cari si insinua nella vita di questi, prima come uomo tuttofare, poi come
amico. Nella seconda parte, tornato nel suo presente, scoprirà che il se stesso
bambino, scomparso al tempo della sua capatina nel passato, è finito nel
presente, coinvolgendo i suoi cari di adesso. Quello di Widmer è un modo
sentimentale e ironico, mai svenevole, di fare i conti con se stessi e con la
propria vita, e di tirare le somme sul viluppo di relazioni e dipendenze che
costituisce il mondo di affetti di ognuno di noi. Allo stesso tempo, è un voyage extraordinaire avulso da ogni
pretesa para o fantascientifica, piegato solo alle esigenze dell’immaginazione
irrorata dalla memoria. A fare da macchina del tempo è, nella finzione
romanzesca, il luogo per eccellenza votato, almeno in passato, alla
dislocazione immaginativa dei giovanissimi, il cinema: e lo strano film
avventuroso che favorisce il teletrasporto da un’epoca all’altra, raccontato nei
dettagli per intere pagine, sembra davvero una parafrasi esotica, solo più
oscura e inquietante, delle avventure del giovane protagonista, una storia solo
apparentemente per ragazzi e in realtà profusa di tristezza e di profondo senso
di perdita e pericolo.
È un romanzo limpidamente
visionario, cioè carico, sovraccarico anzi, di oggetti, di dettagli cui la
memoria ha attribuito un sapore e una funzione particolari (tra questi, il
sifone blu del titolo), orchestrato da una superiore maestria che pare
conoscere il segreto di come governare il caos – come la scrittura, di cui
questa doppia favola sembra essere una riflessione in chiave di allegoria.