sabato 31 dicembre 2016

Neve, cane, piede sui blog: aggiornamenti

Mario De Maglie, nella rubrica intitolata "Un'altra versione dei fatti" che tiene sul blog di Gabriella Bardaro, dopo avere espresso qualche riserva sul titolo, così scrive di Neve, cane, piede:


“Neve, cane, piede” è un libro semplice con una storia semplice, ma per nulla scontata, sempre in bilico tra il reale e l’assurdo con il lettore che intuisce senza avere certezze. E’ scritto molto bene, la lettura scorre che è un piacere e i dialoghi tra il divertente e il paradossale tengono l’attenzione alta in qualsiasi punto. Si ha voglia di finirlo subito, una volta cominciato. Si parla della solitudine e della sua capacità di tenere compagnia. Un uomo fa amicizia con la propria mente, non avendo altro, ma, nello stesso tempo, da essa viene ingannato. Carceriere e prigioniero si confondono. La solitudine è una fortezza, scegliamo noi chi far entrare e come.
Sul blog unoenessuno, Aldo Funicelli scrive tra l'altro:
Nel libro di Claudio Morandini c'è la montagna raccontata non secondo la classica narrazione idilliaca, buona per i turisti: è una montagna che fa paura, brulla, dove la neve ricopre i sassi e conserva i corpi come un museo, per riscoprirli al disgelo. Un territorio in cui Adelmo Farandola si sente padrone: padrone del vallone dove abita, delle rocce e delle grotte, dei camosci e degli altri animali, dell'aria e dell'acqua.
E in quel vallone vive col solo desiderio (o pazzia senile) di isolarsi dal resto del mondo, di autoesilio: desiderio che viene portato all'estremo, in fondo ad una grotta buia ..
Laddove va cercato il mistero dell'uomo.

mercoledì 7 dicembre 2016

Da FuoriAsse n. 18: Zangrando, Widmer

“Sto solo dicendo che trovarmi qui in mezzo, sul margine tra due situazioni, mi piace, non so perché, mi fa sentire al mio posto.”
(Stefano Zangrando, Amateurs)

Due libri che ho letto di recente, tra i tanti che allungano lo sguardo oltre i margini, raccontano lo sconfinare come condizione ineludibile: l’uno nello spazio, l’altro nel tempo. Sono entrambi pubblicati da editori “di confine”, quello di Stefano Zangrando dalle Edizioni Alphabeta Verlag di Merano, dal bel catalogo bilingue, quello di Urs Widmer da Keller di Rovereto, una presenza “dentro e fuori i confini d’Europa” ormai consolidata nella realtà editoriale italiana. La curiosità di questi editori per l’oltre, il loro ragionato esplorare territori nuovi, il loro muoversi tra sperimentazione e tradizione ci consentono di avvicinarci a forme di letteratura verso cui altrimenti non guarderemmo.

Amateurs di Stefano Zangrando (Edizioni Alphabeta Verlag, 2015) potrebbe apparire un romanzo generazionale, e forse in origine lo è stato, quando cioè l’autore non ancora trentenne lo ha concepito; ma poi Zangrando ci è tornato su negli anni successivi, con il senno di poi potremmo dire, e a più riprese, facendone qualcosa di diverso, e addirittura prendendo le distanze, o mostrando di prenderle, rispetto a quei temi e a quelle atmosfere: tant’è che oggi, nel parlarne agli amici lettori, Stefano Zangrando quasi invita a considerarlo “un’opera minore”, un “satellite dialogico” anche “più frivolo” rispetto a un’opera prima ormai introvabile e comunque imperfetta, bisognosa di cure.
Va bene, noi lo abbiamo letto con divertimento, perché ci ha fatto pensare a una commedia, anzi a una sorta di sit-com impossibile, dalle lunghe scene dilatate, cosa che in una sit-com è proibitissimo, ma insomma l’arguzia stralunata e le goffaggini e gli inciampi dei due giovani protagonisti divaganti a Berlino ci facevano quasi sentire in sottofondo le risate registrate. Valentino (il puntiglioso io narrante) e l’amico Gerwin, giovanotti di confine (uno altoatesino, l’altro sud-tirolese) entrambi sconfinati a Berlino, inquieti il giusto, inseguono un possibile senso nuovo, prima esplorando locali notturni, poi finendo quasi in mezzo a scontri tra manifestanti e polizia, poi a teatro: sempre un po’ sfasati e a disagio, forse più che dall’obiettivo che si sono posti sono attratti dalla possibilità di parlarne, forti di una cultura che fornisce loro appoggi di auctoritates e sottigliezze retoriche che lo stato di sovreccitazione anche alcolica impiastriccia solo un po’. È bello questo perdersi raccontato per così dire in tempo reale, senza ellissi, nel rispetto di un’ostinata unità di tempo. Pensateci: i personaggi, questi “amateurs” della vita che cercano uno sconfinamento proprio nella città più sconfinante e limitanea che esista, si trovano però in una storia che tutto sommato rispetta le unità aristoteliche, concedendosi poche deroghe anche a quella di azione, e insomma avviluppando i due giovanotti in una struttura che procede libera ma che potrebbe anche essere intesa come una ferrea gabbia di vincoli.

Quanto a Il sifone blu, si tratta di un viaggio nel tempo sentimentale e perfino commovente – un doppio viaggio, anzi. Lo ha immaginato lo svizzero Urs Widmer, in un romanzo in due parti tradotto con precisa sintonia da Roberta Gado per l’editore Keller (la stessa Gado ne ha scritto nel numero 14 di Fuori Asse, ricordate?). Nella prima parte l’io narrante e protagonista, scrittore che ci si figura facilmente con le fattezze dello stesso Widmer, torna indietro nel tempo di cinquant’anni, fino alla sua infanzia, e da straniero a se stesso, incuriosito dal passato proprio e dei propri cari si insinua nella vita di questi, prima come uomo tuttofare, poi come amico. Nella seconda parte, tornato nel suo presente, scoprirà che il se stesso bambino, scomparso al tempo della sua capatina nel passato, è finito nel presente, coinvolgendo i suoi cari di adesso. Quello di Widmer è un modo sentimentale e ironico, mai svenevole, di fare i conti con se stessi e con la propria vita, e di tirare le somme sul viluppo di relazioni e dipendenze che costituisce il mondo di affetti di ognuno di noi. Allo stesso tempo, è un voyage extraordinaire avulso da ogni pretesa para o fantascientifica, piegato solo alle esigenze dell’immaginazione irrorata dalla memoria. A fare da macchina del tempo è, nella finzione romanzesca, il luogo per eccellenza votato, almeno in passato, alla dislocazione immaginativa dei giovanissimi, il cinema: e lo strano film avventuroso che favorisce il teletrasporto da un’epoca all’altra, raccontato nei dettagli per intere pagine, sembra davvero una parafrasi esotica, solo più oscura e inquietante, delle avventure del giovane protagonista, una storia solo apparentemente per ragazzi e in realtà profusa di tristezza e di profondo senso di perdita e pericolo.
È un romanzo limpidamente visionario, cioè carico, sovraccarico anzi, di oggetti, di dettagli cui la memoria ha attribuito un sapore e una funzione particolari (tra questi, il sifone blu del titolo), orchestrato da una superiore maestria che pare conoscere il segreto di come governare il caos – come la scrittura, di cui questa doppia favola sembra essere una riflessione in chiave di allegoria.



Da FuoriAsse n. 18: Anna Luisa Pignatelli

Anna Luisa Pignatelli
Ruggine
Fazi, 2016

Romanzo di solitudini e di cattiverie, Ruggine di Anna Luisa Pignatelli (Fazi, 2016) torna tra le colline della campagna toscana, le stesse che con l’autrice avevamo esplorato in Nero toscano del 2013 (Lantana). Là c’era un vecchio inselvatichito, Buio, qui una vecchia, Gina detta Ruggine, che rimane aggrappata alla vita pur tra dolori e incomprensioni. Vedova, devota sia pure con grande pudore e senza idealismi alla memoria del Neri, il marito morto, smemorata di miserie e dolori passati (tra i quali, soprattutto, gli incesti imposti violentemente dal figlio), Gina si affeziona a un gatto, che chiamerà Ferro (da questo nome il soprannome maligno affibbiatole dai compaesani). Le sue giornate sono scandite da piccoli eventi sempre uguali, dal trascinarsi di rancori e malanimi, dall’affiorare episodico di ricordi sgradevoli, dall’esplodere di paure e angosce. Gina, o Ruggine, sente che gli altri abitanti del paese la detestano e faranno di tutto per scacciarla. Sordidi, meschini, i vecchi compaesani la spiano, evitano di salutarla, la condannano a rimanere legata a eventi del passato così traumatici che lei vorrebbe dimenticarli. Gretti, egoisti, attaccati al denaro e a una sorta di rispettabilità miserabilmente giocata sull’apparenza, non si accorgono del bisogno di bene e attenzione di Gina, fraintendono ogni suo gesto, la considerano gretta e attaccata a sua volta al denaro. Gina è incompatibile con il loro bisogno di accumulo (di ricchezze, di terre, di alloggi, di spazi, come nel caso della professoressa sua vicina, che ambisce alle stanze in cui Gina è in affitto per sistemarci i propri libri). E per farla sloggiare sono disposti a qualunque bassezza – poco aiuta supporre che le loro strategie siano ingigantite e deformate dall’immaginazione confusa di Ruggine. Avrebbero potuto soccorrerla quando era vittima degli assalti del figlio: e invece origliavano, e incolpavano lei di ogni cedimento. Pochissimi hanno nei suoi confronti un atteggiamento di umana compassione, o almeno mostrano un minimo di attenzione: e anche questi sono, a modo loro, vittime del perbenismo razzista e malfidente che strangola le relazioni umane del paese – vi è anche tra questi chi è troppo distratto o debole, e chi finge solo solidarietà e cerca di insinuarsi nella sua vita.
Strano paesaggio, questo descritto da Pignatelli, reticente, lontano: le colline e i particolari paesaggistici lasciano spazio sempre alle miserie, ai pensieri più foschi, all’ossessione del danaro, al bisogno dell’accumulo, alla maldicenza e alla derisione; e il fuori (i campi, i sentieri, il lavoro nei campi) sempre più è relegato nei ricordi della vita dura con il defunto marito, mentre l’oggi è una reclusione ostinata in poche stanze male illuminate.  
I sogni di Gina sono incerti, contraddittori: da una parte vuole difendere il suo diritto a rimanere lì, nell’alloggetto, con le sue cose, a rintanarvisi al chiuso da minacce e incomprensioni, dall’altra desidera andarsene, per cercare altrove di ricostruirsi una nuova vita, reinventandosi come sensitiva o qualcosa del genere: questa incertezza è una delle ragioni della sua fragilità rispetto alla cattiveria del mondo, che la vuole lontana, sì, ma non felice, e rinchiusa, sì, ma non in un ambiente che lei possa definire casa.
Si contrappone ai gesti trattenuti e compressi di Gina, alle sue giornate ormai tutte in levare, la vitalità insopprimibile del gatto Ferro, maschio non castrato, che ama azzuffarsi (o meglio, vi è costretto dalla sua natura) per giorni con i rivali per accoppiarsi, e torna a casa malconcio ma trionfante. Il gatto esprime una forza vitale lontana da ogni accomodamento morale, per questo piace alla vecchia Gina. Come il gatto è un nomade suonatore di violino, con cui Gina sogna, prima che precipitino gli eventi, una fuga da quel mondo oppressivo. Ma appunto, queste figure di libertà sono per definizione sfuggenti, e in esse il desiderio di Gina di affrancarsi definitivamente da chi la opprime non può trovare appoggio.  

La scrittura di Pignatelli, attenta, scabra, rallentata non da orpelli retorici ma dall’attenzione alle cose e dalla necessità della precisione, è avvolta in una lieve patina arcaizzante, che situa la storia in un’epoca che è la nostra (con tanto di indiretti ma limpidi riferimenti televisivi al ventennio berlusconiano) ma potrebbe anche essere collocata ovunque nel Novecento. È stato fatto spesso, per affinità geografica e stilistica e per l’insistenza su taluni temi, il nome di Tozzi, nel definire la letterarietà di questa voce; di certo ci troviamo dinanzi a un romanzo che non insegue alcuna moda corrente, e che proprio per questa sfasatura suona singolarmente intonato al presente.

https://www.yumpu.com/it/document/view/56427150/fuoriasse-18

Su Zibaldoni: C'è neve e neve

In città, un paio di mesi fa, in giornate improvvisamente già calde, una troupe televisiva riprendeva alcuni esterni per un serial poliziesco tratto da una serie di gialli di successo e ambientato, pensa te, proprio qui: spostavano insegne, spargevano neve artificiale sulle aiole, facevano indossare cappotti un po’ a tutti, cose così – e tutto con una mano sola, perché l’altra era sempre impegnata a reggere il cellulare. Attorno si raccoglieva un po’ di folla, si scattavano foto, si sperava, chissà, in una comparsata. Mi sono chiesto – senza troppo impegnarmici – che immagine sarebbe venuta fuori della cittadina in cui abito; mi sono anche chiesto se mi ci sarei riconosciuto, ammesso che mi capiti davvero di seguire le puntate (davanti ai polizieschi mi abbandono all’abbiocco come un pupo). I tecnici della troupe devono esserci andati giù pesante con l’ambientazione invernale, per non dire nordica o artica, perché giusto l’altro giorno, in pieno mese di giugno, passando attorno a una delle aiole sepolte tempo addietro sotto quella neve che sembrava polistirolo e si incollava a tutto, ho notato che nessuno aveva più levato le croste di finta neve da un povero monumento piazzato in mezzo, e quelle, tignosissime, ancora ricoprivano la statua di bronzo plus ou moins astratta dedicata non so più a chi o che cosa – impossibile saperlo ora, la targhetta era ricoperta di uno strato grigio di palline.

Così inizia "C'è neve e neve", il nuovo pezzo ospitato da Zibaldoni e altre meraviglie nella rubrica Da una provincia di confine. Scritto quest'estate, esce nelle settimane in cui lo sceneggiato televisivo di cui si parla è trasmesso sulla rete nazionale. Si può leggere il resto qui:

http://www.zibaldoni.it/2016/12/07/ce-neve-e-neve/.

lunedì 5 dicembre 2016

Neve, cane, piede: libro per ragazzi o giallo?

Si parla di Neve, cane, piede su "La Provincia di Como". Carla Colmegna, in un articolo intitolato "Neve, cane, piede. Che storia!", uscito il 29 novembre 2016, scrive:
«Adelmo è strano: vive da solo in montagna, come amico ha solo un cane con il quale... parla! Adelmo sa un sacco di cose e le racconta senza nemmeno saperlo perché, ogni tanto, si dimentica di ciò che dice e fa: sì, è un po’ smemorato; inoltre, Adelmo deve fare i conti con un guardiacaccia rompiscatole. Per fortuna c’è il suo cane parlante ad aiutarlo, soprattutto quando dalla neve spunta un piede umano! Per i lettori dai 12 anni in su davvero un bel libro.»

Anche Federica Belleri consiglia il romanzo edito da Exòrma sul blog "La Bottega del giallo".
«La baita dove Adelmo vive è isolata. Ci sta per mesi, sull’alpe, nel silenzio. Quando scende in paese i suoni e le voci lo fanno impazzire. Non è abituato al contatto con gli altri esseri umani, preferisce la solitudine. È vecchio Adelmo e non ci sta tanto con la testa. Ha poca memoria e una corazza spessa. Puzza Adelmo, non si lava da mesi. È timido e impacciato quando deve chiedere aiuto. Scontroso e sospettoso quanto basta. La compagnia di un grosso cane pulcioso lo aiuterà ad aprirsi? L’invadenza di un giovane guardiacaccia, risveglierà i suoi sensi infreddoliti? Questo è il breve viaggio di Adelmo, attraverso la guerra e i sogni smarriti. A sfidare il freddo, il sonno e la fame, con il terrore di essere catturato. È il suo cammino che si affaccia sul precipizio, sono i suoni del ghiaccio che si rompe, dello sgocciolio della neve e l’inevitabile odore di morte; per sopravvivere deve sopprimere qualche vita … È il rumore del bosco che in primavera si risveglia e la capacità di subire l’isolamento in modo quasi rassegnato. È la macabra sorpresa svelata dal disgelo. Neve, cane, piede. La follia di un montanaro, raccontata per immagini e sensazioni. Il dolore muto e freddo di chi non comprende la propria condizione di disagio. La storia nera di un passato legato all’oggi da tradizioni tramandate.»

domenica 4 dicembre 2016

Su Letteratitudine: Jean Echenoz, Ravel

Jean Echenoz è riuscito, con il breve romanzo “Ravel”, a creare un’ingegnosa opera à la Ravel: nel senso che con precisione da compositore-orologiaio, con distacco, nonchalance, una facilità ingannevole, un calibrato rispetto di tempi e forme, ha costruito un libro in cui sembra davvero di ascoltare, convertite in parole, le musiche del compositore francese. La fine traduzione di Giorgio Pinotti per Adelphi preserva l’eleganza mai fatua e spesso tendente all’eccentrico dello stile raveliano di Echenoz.
Ravel ci è restituito innanzitutto attraverso gli oggetti, i vestiti, i feticci di cui si circonda nella angusta e impossibile casetta di Montfort e con cui riempie le numerose valigie e bauli che lo accompagnano in tournée o in villeggiatura. L’omino Maurice, sotto quell’armatura di originale eleganza che lo protegge dalle insidie del mondo, è sempre inappuntabile, anche quando è in ritardo (cioè, sempre), e lo sarà anche negli anni del declino, quando perderà memoria e facoltà fisiche e intellettive e si aggirerà per concerti e vernissage scortato dagli amici più fidati che terranno lontani i cacciatori di autografi (ignari che il celebre compositore non sa nemmeno più scrivere il suo nome). È un mondo protettivo, di ninnoli, abitudini consolidate, sofisticati automatismi, squisitezze varie, una boîte à musique in cui anche il tormento dell’insonnia è sopportabile, anche le smemoratezze sembrano accettabili. Pare di sentir risuonare, in questo mondo ovattato e un po’ fuori dal tempo, le armonie raffinate e fintamente algide del “Tombeau de Couperin”, le fantasticherie rassicuranti e inquiete di “Ma mère l’Oye”.
A proposito: il sospetto di fatuità, di jeu un po’ fine a se stesso, di meccanismo alla fine disumano, che può cogliere il lettore alle prime pagine (o l’ascoltatore alle prime battute) svanisce ben presto: il romanzo di Echenoz, seguendo i movimenti di Ravel, da commedia brillante (la tournée negli Stati Uniti, la spossatezza caricaturale che coglie il compositore dinanzi a spostamenti in carrozze di lusso, gli entusiasmi iperbolici del pubblico di amateurs) si tramuta progressivamente in descrizione degli ultimi anni di vita, quelli della malattia, rimasta misteriosa, e dei vani tentativi di cura. Diventa, cioè, un vero e proprio tombeau, in cui l’imperturbabile, clinica precisione risulta paradossalmente toccante (e sfido chiunque a leggere l’ultima parte senza magone).
C’è molta musica, ovviamente, nel breve romanzo di Echenoz. Ravel all’epoca è uno dei compositori più apprezzati al mondo, lo si pone accanto a Stravinskij, in lui il brivido della modernità e della sfida si concilia sempre con uno charme che sa sedurre le masse, spaventate invece dalla piega che ha preso altra musica moderna. È così autorevole che, di fronte agli attacchi dei più giovani leoni del gruppo Les Six, in particolare di Milhaud e Auric, reagisce con superiore tolleranza, e anzi con simpatia e comprensione. La musica, che pure è la sua vita, ed è parte fondamentale della sua persona, non è sempre al centro dei suoi pensieri: a volte, vinto da una sorta di superiore indolenza, Ravel resta inerte, cincischia, si perde senza grande convinzione dietro a progetti che non porterà a termine. Il suo rapporto con la tradizione è fondato su una sorta di singolare sfida: con le forme (trio, quartetto, sonata) “salda i conti” affrontandole una volta sola, in opere uniche che suonano come suggelli definitivi. Solo con il Concerto per pianoforte la sfida è duplice, tant’è che verranno tormentosamente composti negli stessi mesi due concerti, uno in Re maggiore per la mano sinistra (commissionato da Paul Wittgenstein, che lo eseguirà strapazzandolo in modo insopportabile per il compositore) e l’altro in Sol.
Anche il rapporto con gli interpreti merita qualche riga. Ravel, che predilige una lettura fedele, perfettamente calibrata delle sue opere, detesta le personalizzazioni di Wittgenstein, i virtuosismi rodomonteschi che distorcono e rompono la tensione in perfetto equilibrio tra strumento solista e orchestra; e detesta pure il “Bolero” velocizzato e accelerato sotto la direzione di Toscanini (si ascolti la vecchia incisione del 1930 in cui Ravel dirige la propria opera più famosa: la lentezza garantisce cesello su ogni singola nota). Egli stesso, però, quando non può farne a meno, si presta a esecuzioni approssimative delle sue opere pianistiche, perché pianista non è e ciò che scrive per il pianoforte è spesso al di là delle sue possibilità tecniche: confida, in tali casi, sull’indulgenza, la disattenzione o l’incompetenza del pubblico.
Affascinato dalla meccanica, concepisce la musica come un linguaggio puramente formale, in cui tout se tient – in questo è vicino al concetto di musica assoluta che in quei decenni era rappresentato da compositori come Stravinskij o Hindemith. Tutto è forma, dosaggio, equilibrio, struttura, nel meccanismo che è un pezzo musicale, nel gioco serio e svagato che è la musica. La musica è motore in movimento, orologio, nave, treno (sempre di prima classe, naturalmente): da qui nasce anche l’idea (impossibile, provocatoria, allora) di un pezzo privo di sviluppo in senso musicale ma tutto giocato sulla ripetizione, melodica e ritmica, in cui solo il timbro (l’orchestrazione di cui Ravel era maestro) cambia e crea movimento (il “Bolero”, appunto). En passant, vi sono anche studi, che Echenoz per fortuna non cita, in cui neurologi interpretano i diversi aspetti della musica di Ravel, e del “Bolero” in particolare, come sintomi di differenti neuropatie: ma lasciamo stare.

Il processo compositivo è ben raccontato da Echenoz, che riprende quanto confidato (con qualche esagerazione) da Ravel durante una conferenza a New York: il compositore resta a pensare a lungo, anche per anni, senza scrivere una sola nota, e intanto le idee germinano nella sua mente un po’ alla volta, e solo dopo che si sono adattate in una struttura arriva il momento della stesura, che può essere anche rapido e coincide sempre con la fase della ripulitura, della sottrazione del superfluo. Non crede nell’ispirazione, Ravel, la tastiera (quella vera del pianoforte, o quella immaginaria sempre aperta nella mente) è tutto. Nemmeno la natura sembra offrire motivi di ispirazione: mentre contempla l’orizzonte marino dal ponte della nave che lo porta in America, Ravel prova a tradurre la superficie del mare in una linea melodica o in un ritmo, ma desiste subito, per noia e per scetticismo. Né sembra aver dato risultati più duraturi la trascrizione del canto degli uccelli compiuta in certi momenti di inerzia della Prima Guerra Mondiale, quando Ravel, spinto da un sentimento di sincero patriottismo che sorprese molti e che ha il sapore di un beau geste, era riuscito a farsi arruolare come autista di mezzi pesanti.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/11/30/ravel-di-jean-echenoz/

Su Libri in Musica

Cinzia Orabona, nel bel blog letterario Libri in Musica, dopo avere analizzato le tematiche di Neve, cane, piede, lo accosta a un'opera di Stravinskij che amo, i tre pezzi per quartetto d'archi. Scrive in particolare:
«Quale colonna sonora per un romanzo come questo? Lo stesso Morandini, in un’intervista che ho letto sul web, risponde così:
Per le dimensioni ridotte, per la presenza di un limitato numero di ingredienti (o di temi, se vuoi), Neve, cane, piede mi è venuto fuori come una specie di sonatina. Ha anche una struttura tripartita, con un allegro iniziale che corrisponde all’autunno, un ampio movimento lento centrale che coincide con il lungo inverno passato sotto la neve, e un allegro finale primaverile. Non è una struttura vincolante, e nemmeno programmata: diciamo che pensare il romanzo in quei termini mi ha aiutato nella composizione, nel dosaggio, nella ricerca di un equilibrio.
Una struttura tripartita mi ha fatto pensare ad una composizione poco conosciuta di Igor Stravinskij (1882 – 1971): Tre pezzi per quartetto d’archi (1915). Comporre questa partitura dopo la Sagra della primavera, significò per Stravinskij un passo indietro verso l’essenziale. Due violini, una viola ed un violoncello sono gli strumenti protagonisti. Ciò che  ne scaturisce è una sovrapposizione di individualità ben delineate. Gli strumenti creano, da soli e insieme, degli effetti sonori. Sono suoni cupi, aggressivi, ritmati, come quelli della neve quando batte sulla baracca di Adelmo.
Il compositore russo si distacca dalla tradizione compositiva classica per creare un’armonia non convenzionale in una fusione timbrica ed un dialogo paritetico tra tutti gli strumenti coinvolti. Come in Neve, cane, piede, tutto è vitale: la montagna, la neve, la terra. Sperimentalismo sonoro da una parte e abbandono del realismo in favore della forza visionaria dall’altra.»

Su "In cammino dialogando"

Sul suo blog In cammino dialogando, Pasquale Lubrano Lavadera ha ospitato un mio breve intervento sul senso della letteratura come dialogo a distanza. Lo riprendo qui.

Viviamo in tempi in cui la comunicazione sembra essersi ridotta a slogan, a aforismi messi insieme senz’arte, strillati e ripetuti finché non suonano veri. Per questo sento che c’è ancora e anzi sempre più bisogno di letteratura, cioè di uno spazio aperto di contatto e confronto, in cui ci si confronta con l’altro e il diverso, e si può correggere la propria propensione al dogmatismo e alle scorciatoie troppo facili. Niente è davvero facile e diretto in letteratura, almeno in quella che intendo io, il percorso resta imprevedibile, i caratteri sfuggenti, i temi scivolosi, mancano le conclusioni definitive, tutto è flessibile, relativo. L’autore non vi si aggira come una divinità spietata o come un campionissimo degli scacchi che ha già previsto ogni possibile mossa. E noi, da lettori, siamo messi dinanzi a una serie di punti interrogativi (ma nessun punto esclamativo ci farà innervosire o ci toglierà il piacere sofferto di provare ad azzardare una risposta, un seguito, un’ipotesi interpretativa). Siamo insomma invitati a una conversazione a distanza, che divaga e va alla deriva e si dilata e quando sembra aver raggiunto un punto fermo rimette tutto in discussione, ma in cui nessuno – qui sta il bello – strilla o sgomita per imporsi, e più che altro si sussurra, o addirittura si tace, perché anche il silenzio è una forma di dialogo. Non importa, secondo me, se, alla fine di un buon libro, questa lunga conversazione non ha consegnato certezze; avrà almeno garantito il conforto di un contatto, avrà fatto scoprire qualche piega nascosta di noi e degli altri (degli altri a noi, di noi agli altri), ci avrà vellicato qualche emozione che fatichiamo a esternare, avrà parlato alla nostra intelligenza, ci avrà aperti alla varietà del mondo, sarà diventata a tutti gli effetti esperienza del mondo.

http://incamminodialogando.blogspot.it/2016/11/claudio-morandini-anche-il-silenzio-e.html

giovedì 17 novembre 2016

Neve, cane, piede su L'immaginazione

«Morandini racconta la leggenda di un uomo il cui sforzo è quello di assomigliare alla materia e di tendere, al suo pari, al minimo stato di energia e al massimo stato di caos (al punto di confondere la realtà con l’allucinazione, il fatto e la memoria del fatto stesso; trasfigurando fame e inedia, nutrimento e secrezione). Per farlo, l’autore ripercorre la linea sottile che separa vita e morte, concentrando la presenza di entrambe in un luogo di confine tra uomo e natura come quello dell’alta montagna. Lo sfondo d’inquietudine che attraversa l’intera vicenda, e una catàbasi finale che chiude il racconto nel modo più coerente, sono infatti gli aspetti più riusciti e godibili del romanzo di Morandini.»
Così si conclude la bella recensione di Diego Bertelli pubblicata sull'ultimo numero (il n. 296, novembre/dicembre 2016) della rivista Manni L'immaginazione.

Comincia adesso: letture

«Essere ingoiati da un enorme animale, e nella gabbia surreale di un umidiccio stomaco claustrofobico condividere le ultime esperienze in compagnia di altri esseri umani prima di essere fusi negli acidi gastrici»; così Alessandro Pedretta, in una recensione per iyezine, sintetizza il racconto "Nel ventre della bestia, per davvero" contenuto nell'antologia Comincia adesso, curata da Simone Scaffidi e pubblicata da Eris nel 2016.
Dell'antologia hanno anche scritto Luca Cangianti nell'agosto 2016 su micromega («Comincia adesso è un esperimento riuscito, capace di mettere insieme narrazione e immagini, piacere della lettura e analisi psicologica e sociale») e, sul Manifesto del 29/9/2016, Mauro Trotta, che in un ampio articolo intitolato "Elogio della fuga, ottimo antidoto alla banalità del quotidiano" parla di «livello davvero elevato della scrittura». Sul blog Libroguerriero, in una lunga recensione di Caterina Falconi si legge «Non mancano racconti, meravigliosi, in cui l’elemento fiabesco, e pertanto adatto a narrare in chiave simbolica la prigionia e la liberazione, è preponderante: “Pietra fuori e inferno dentro” di Filippo Sottile, “Serenella” di Luca Gallo, “Nel ventre della bestia, per davvero” di Claudio Morandini
Tra i podcast di Radio Blackout si può ascoltare la puntata dedicata a Comincia Adesso in cui viene letto integralmente il racconto "Nel ventre della bestia, per davvero" (l'ultimo podcast in fondo alla pagina), che riceve anche un paio di sapidi commenti da parte degli ascoltatori.