mercoledì 5 novembre 2008

Autori: H. H. Ewers

Ho tra le mani “Mandragora”, di Hans Heinz Ewers, romanzo del 1911 pubblicato in Italia nel 1930 da Cappelli nella traduzione di Ada Salvatore. Molti anni fa, spulciando tra le bancarelle di Torino, ho comprato per poche lire questo volume odoroso di muffa, mai più ristampato, che io sappia (su Maremagnum.com se ne può trovare qualche titolo per amateur, in francese e tedesco, non in italiano), e ne ho tentato una lettura che non si è mai conclusa (ma questa è un’altra storia).
È un romanzo verboso ma dotato di un suo fascino, molto agé nel suo prender tempo (ogni scena esordisce con un buongiorno, buonasera dei personaggi, e indulge in preamboli e convenevoli e digressioni, prima d’arrivare al punto; ogni figura è puntigliosamente descritta). Alraune, Mandragora cioè, è la versione eweresca della femme fatale, della divoratrice o meglio distruttrice d’uomini, che ha un po’ della Lulu di Wedekind, anticipa quella di Berg e di Pabst, ma soprattutto pesca nel sicuro trovarobato tardogotico, in quel mondo fatto di predatori e prede e azzanni sul collo e sessualità implicita e svolazzi lirici di seconda mano e erotismo cimiteriale e pose già cinematografiche e sguardi languidi e morti dolci e marsine appena stirate feste esclusive borghesia antiborghese viveurs dandies parassiti studenti con le fregole vecchi che non si rassegnano svenimenti baccanali piogge nel pineto estenuazioni spiritismo scienza occultismo inconsci retorica e vecchia mitologia rivisitata tra voluttà e inquietudine.
Alla base, una vecchia leggenda: dal seme di un impiccato a un crocevia, espulso per effetto appunto dell’impiccagione e caduto tra la terra, nasce una radice di mangragola (con la elle o con la erre, fate voi), versione femminile dell’homunculus dei negromanti. Lo studente Frank Braun, che vuole persuadere lo zio, consigliere ten Brinken, a dar vita a una di esse, attualizza la procedura, sostituendo alla terra una meretrice, e al seme dell’impiccato al crocicchio quello comune di un giustiziato, che il consigliere può procurarsi in un modo che il libro non precisa.
Alraune, appunto, nasce da questo esperimento, raccontato come un saggio tra scienza e magia, come la nascita del Creatura della Mary Shelley – ma a noi una fecondazione simile, a parte la fedina penale dei soggetti coinvolti, sembra ormai prosaica. Nasce, e cresce, e vive. E diventa prima una lolita seducente per istinto, poi quella femme fatale di cui si diceva, che butterà all’aria le vite degli uomini attorno a lei, dominandoli con una sorta di feroce innocenza - la vera femme fatale non conosce, o non conosce fino in fondo, il suo terribile potere.
(Giunto alla fine di questo pezzo, poso il libro odoroso con un certo sconforto, dopo averlo sfogliato in cerca di ricordi. Perché il romanzone è davvero invecchiato, lutulento, prolisso, e le divoratrici di uomini suonano come un pretesto imbarazzante e meschino a giustificazione delle melense bassezze dei maschi).

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