domenica 30 novembre 2008

Sintonie, 5: Guido Conterio


Recupero da una lettera inviata a suo tempo a Guido Conterio alcune noterelle sul suo romanzo “Città Caffè” (Mobydick, 2005), tirate giù a caldo o quasi. Le pubblico volentieri, perché credo non si sia parlato abbastanza di quel libro, un graziosissimo esempio di grottesco onirico, con una punta di petulanza e un'inclinazione per l’apologo paradossale - e non se ne sia parlato anche per effetto della forte riservatezza dell’autore. Il “tu” delle noterelle è appunto lui, il Conterio.


“Per prima cosa, ho notato una leggerezza stilistica che nelle precedenti prove – forse – avevi cercato di evitare. Ovviamente, dico leggerezza per indicare quel divertente guazzabuglio di registri tra il solenne, il cavilloso e il triviale – assai più consistente che in passato, quest’ultimo – con cui decori gli episodi della vicenda. L’impressione a questo proposito è simile a quella che altre volte ho avuto leggendo certe novelle di Pirandello – quelle più arzigogolate, cavillose appunto, e diciamo più labirintiche –, soprattutto nella costruzione capricciosa e nervosa dei periodi; o certe bizzarrie landolfiane – per il lessico, stavolta –, ma soprattutto, e non voglio suonare irriverente o peggio offensivo perché anzi per me è un complimento – certi monologhi della Franca Valeri, somma umorista, in particolare quelli della Signorina Snob – l’eco della Valeri si fa assordante quando ti delizi a passare senza soluzione di continuità dal sublime all’infimo, o quando indugi in frasi ellittiche. E ancora: stilisticamente, oltre a questo giocherellare – che suona disinvolto, ti assicuro, anche se so che è frutto di fatica se non di sofferenza –, mi piace in particolare il tuo uso del discorso indiretto quando si tratta di riassumere dei dialoghi; in tal caso, il gusto per la tecnica mi fa talvolta dimenticare il contenuto, ma pazienza. Sappiamo bene che, come forse ti ho già detto in passato, le avventure più appassionanti nei tuoi libri le corrono le parole.
Ho poi trovato buffamente riusciti certi personaggetti, palazzeschiani diciamo, che partecipano qua e là allo sviluppo della storia.
Mi è sembrato di notare – ma potrei sbagliarmi – una curiosa assenza, frutto anche questa presumo di sforzo di volontà: l’assenza di dramma. Nel senso che è tutto così leggero, arrendevole, grazioso, innocuo, che non può non essere il frutto di uno sforzo eroico da parte tua – di uno cioè che, perdonami se lo dico, tende un pelino a drammatizzare – lo riconosco, in questo siamo simili. Quanta fatica ti è costata abolire paure, angosce, morte, malattia dal tuo romanzo? O hai vissuto la stesura di “Città caffè” come una sorta di terapia antidolore? È la tua idea di paradiso, per quanto provvisorio, di eden diciamo, la città rigenerante della storia? Senz’altro è la tua palestra ideale quella in cui si immagina solo di fare esercizi”.

1 commento:

spiderfedix ha detto...

grande guidone!! il mio prof...