sabato 15 novembre 2008

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di una serie di domande e risposte destinate a http://www.iltrillodeldiavolo.it/ e non più utilizzate. Immagino di poterle presentare qui, a puntate. En passant, le interviste mancate stanno diventando - per me, almeno - un sottogenere pieno di sottintesi: relativizzano, suggeriscono di non darsi troppe arie, sussurrano in un orecchio una specie di modesto memento mori. Hanno una loro acerba validità morale).

Qual è il tuo approccio alla scrittura?
Da tempo ho la netta sensazione che le parole vivano, tra le pagine di un libro, avventure parallele a quelle dei personaggi. Ogni scelta lessicale o sintattica, ogni esclusione, formano una specie di secondo intreccio, che ora coincide ora entra in collisione con quello principale delle figure del romanzo. È probabile che chi legge non avverta questo piano narrativo nascosto, implicito, ma io che scrivo e riscrivo per anni, e rimugino e cancello e butto via e riprendo e modifico e salvo, seguo ormai le vicende delle parole con una partecipazione forte, a volte con un certo grado di sofferenza, o almeno di esasperazione.
Ho presenti alcuni modelli letterari: tra i meno antichi Landolfi, sempre e comunque, Géza Csàth… Certi eccessi della trama, certi colpi di scena non di prima mano, vengono da reminiscenze della narrativa d’appendice ottocentesca; altre convenzioni sono mutuate dal romanzo o dal racconto gotico, da Hoffmann, dal Gotthelf del “Ragno nero”, o dal solito Poe. Va bene, non sono certo modelli recenti, ma almeno sono modelli “alti”, che rispetto agli emuli attuali del gotico garantiscono una straordinaria freschezza di invenzione e soprattutto una impeccabile tenuta stilistica e linguistica. Sono convinto che solo una lingua precisa, ricca, complessa, possa governare il viluppo caotico di cui è fatta la realtà, o almeno possa dare l’illusione che sia possibile dar senso, attraverso la scrittura, all’insensato.
Non ho in mente riferimenti cinematografici quando scrivo. Trovo che molta narrativa di oggi sia troppo legata all’immaginario cinematografico, per non dire alle convenzioni, ai clichés, e soffra anzi di una sorta di complesso di inferiorità del tutto ingiustificato (è il linguaggio del cinema che ha preso tutto dalla narrativa, non ha alcun senso che oggi si cerchi di fare il contrario).

Quale messaggio vuoi dare?
Mi trovo un po’ in imbarazzo a rispondere a questa domanda. Ho raccontato storie, intrichi di storie, ho indagato, attraverso la voce dell’io narrante, sull’inclinazione al male, sull’attrazione esercitata dal nulla, sugli effetti di passioni, impulsi ed emozioni, sulla forza di una ragione che tenti di dominare l’oscuro, il morboso, l’onirico, e sul rischio che se ne lasci attrarre e vi si perda. Non avevo una tesi da dimostrare, avevo una manciata di suggestioni, un groviglio di situazioni a cui dare unità e coerenza (...).

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