mercoledì 12 novembre 2008

Passeggiata browniana


La città è piccola, ci è familiare da sempre. Chi vi abita da anni, soprattutto chi vi è nato, ne percorre le vie principali con un senso di sazietà distratta, di saturazione infastidita; e ha imparato presto le poche strade parallele, le deviazioni, i percorsi poco conosciuti, facendone l’itinerario per passeggiate alternative che ormai sono ordinarie come tutto il resto. In pochi minuti si raggiungono i quartieri periferici, anche questi ormai battuti da anni, in ogni direzione; altri minuti e si è oltre la periferia, in zone già collinari, o ai confini degli altri comuni, tra case e cantieri e ritagli di terreno incolto.
Per questo un’esplorazione della città secondo un approccio insolito, in un contesto urbano come Aosta, è una sfida. Riccardo, sabato sera, ci conduce lungo traiettorie impreviste. Un software sul suo cellulare, collegato a un navigatore portatile, ci dice dove andare, se a destra o a sinistra: e noi procediamo lungo vie obbedendo a un algoritmo. La nostra è una deriva relativa, vincolata agli impulsi generati dal software: ma andare dove non andremmo ci dà una sensazione nuova – ci costringe, se non altro, a osservare le cose in modo nuovo.
Ben presto usciamo dalle luci stolidamente rassicuranti del centro e ci spingiamo in quartieri bui. In un cortile chiuso attendiamo un segnale che non può che dirci di tornare indietro – ma lo attendiamo. Passiamo attraverso un varco sotto la cinta delle mura romane, finendo su un’arteria in cui il traffico ci costringe a marciare in fila indiana. Sotto un cavalcavia scopriamo una cassetta di mele marce, che ci appare subito come un segnale di abbandono – uno di quei segni incomprensibili di cui il mondo sembra costellato, e che in effetti non sono segnali di nulla, ma il punto finale di vicende che ignoriamo del tutto. Ci inoltriamo in parcheggi oscuri, deserti, che il buio rende immensi. Incerti, su uno stretto marciapiede lungo la ferrovia, aspettiamo dalla vocetta (femminile, gentilmente severa, o severamente gentile) una parola che ci riporti indietro. Altre zone buie però ci attendono, quartieri nuovi, dalle vie non illuminate, cresciuti tra il fiume e gli orti abusivi, le autorimesse e i magazzini. Cantieri ancora aperti, tracciati in cui già osano spuntare erbacce. Profili pretenziosi di condomini e palazzine, dalle linee oblique, che suggeriscono poppe e prue di navi, o astronavi. Cani che abbaiano appena visibili – dietro un cancello vecchio stile.
La voce non si esprime spesso: resta in silenzio a lungo, e tace proprio agli incroci, quando vorremmo che ci dicesse qualcosa; parla invece lungo vie prive di sbocco, in cui è possibile solo andare avanti, in cerca di un bivio – non sono previsti lo scavalcamento di muri o recinzioni, l’attraversamento di proprietà private, lo sfidare cani o allarmi.
Parliamo a voce alta – siamo gli unici in giro. Il gruppo si sfilaccia, ma dopo un’ora di marcia alla deriva sentiamo tutti il bisogno di puntare verso casa. Non ci ammutiniamo agli ordini della voce (“left”, “right”), ma cominciamo a interpretarli a nostro vantaggio: dal momento che destra e sinistra non sono assolute, ci disponiamo in modo che la direzione indicata sia proprio quella che vogliamo prendere.

4 commenti:

spiderfedix ha detto...

sembrava di esserci ancora, claudio!
ho pensato troppo tardi quelle mele marce...ed ancora non ho finito. stranezze...
fede

Riccardo Mantelli ha detto...

Come sempre quando leggo i tuoi post mi immergo tra le parole e vengo catapultato altrove. E' stato molto bello condividere con te e tutto il gruppo l'esperienza della deriva, che riproporrei per esaltarne alcuni aspetti che possono emergere dopo alcune esperienze.
Sarebbe bello leggere i racconti degli altri membri del gruppo per confrontarne gli elementi che emergono.

--- ecco gli appunti scritti sabato sera al mio rientro a casa ---




La deriva è iniziata alle 19.15 da via losanna. I primi momenti sono stati duri, vista la tentazione di fermarsi in uno dei ristorantini che emanavano profumi deliziosi. Superato questo primo ostacolo, il sistema installato su nokia 6630 ci ha portato prima nella via principale in centro ad Aosta, poi verso zone meno esplorate e dove raramente ci si trova a passeggio. Devo dire che una deriva di gruppo è un'esperienza interessante per il dialogo che si crea tra le persone (quanto è bello passeggiare, camminare senza una meta ben definita). Successivamente nell'ordine ci siamo trovati in una strada a fondo cieco, dove abbiamo incontrato lo sguardo di una signora incuriosita e insospettita dalla nostra presenza. Siamo passati dal sottopasso, poi sfilato di fronte alla cidac per arrivare al ex. parcheggio dipendenti della cogne. Qui di fronte al cantiere per il restauro della telecabina per pila, abbiamo fatto un semicerchio e... un'inversione di direzione ci porta a regione tzamberlet. Qui veniamo spinti in nuove strade cosparse di nuove abitazioni in luoghi che trovo ancora vuoti, con un'identità poco definita. Questo luogo lo verrò ad esplorare in futuro, è interessante pensare a come Aosta si espande e che dinamiche sono legate a questi luoghi. La deriva si è diretta verso piazza della repubblica dove è finita con un sospiro di sollievo dei partecipanti molto affamati.
Un saluto a tutti e grazie di aver partecipato con curiosità ed entusiasmo.

++Ric

FOTO E MAPPA DELLA DERIVA

Claudio Morandini ha detto...

Grazie, Federico e Riccardo! Voglio anch'io ripetere l'esperienza della passeggiata erratica browniana - e voglio ricamarci su, una volta a casa, a parole.

fb ha detto...

(ehm, pardon, ma una passeggiatina browniana a Roma? non sarebbe oltremodo carino?)