mercoledì 3 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 6


«Sidora accorse atterrita; ma egli l'arrestò con un cenno delle braccia. Un fiotto gli saliva, inesauribile, gl'impediva di parlare. Arrangolando, se lo ricacciava dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile nella strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occhi foschi e velati, in cui dietro la follia si scorgeva una paura quasi infantile, ancora cosciente, infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e di non spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con voce che non era più la sua, disse:

- Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare... Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido... non ti spaventare... non aprire... Niente... va'! va'!

- Ma che avete? - gli gridò Sidora, raccapricciata.

Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente sussulto convulsivo, che parve gli moltiplicasse le membra; poi, col guizzo d'un braccio indicò il cielo, e urlò:

- La luna!»

Chissà quando ho letto per la prima volta questa novella di Pirandello, “Male di luna”: da ragazzino, forse, su un’antologia scolastica, o divagando da letture consigliate a scuola lungo le pagine delle “Novelle per un anno”: certo essa mi ha dato la misura, con forza mille volte superiore a quanto avevo letto o visto fino ad allora sulla licantropia (una superiorità data dalla lingua, dallo stile, certo), di una profonda condizione di infelicità e di solitudine, e dell’ineluttabilità di questa condizione.
Per analogia di suono, lessi allora anche “La lupa” di Verga come il resoconto di una maledizione licantropica (e lo è, lo è, in senso lato); e di lì a poco affinai la conoscenza di un modo letterario di raccontare la licantropia attraverso l’ironia immaginifica del solito Landolfi, in particolare del suo “Racconto del lupo mannaro”.
Mi sono ricordato, eccome, delle smanie raccontate da Pirandello e da Landolfi (e dal Maupassant de “Il lupo”, anche) al momento di tracciare il “mal di luna” del nonno e del nipote.

«Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti intravide nello spavento la luna in quintadecima, affocata, violacea, enorme, appena sorta dalle livide alture della Crocca.

Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ululi lunghi, ferini, del marito che si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava, quasi nell'esasperazione d'una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il capo, i ginocchi.»

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