martedì 23 settembre 2008

"Nora e le ombre": le fonti - 2


Nell’Histoire d’une âme écrite par elle même, di santa Teresa del Bambin Gesù, si legge, al momento dell’ingresso al Carmelo della giovanetta, nel 1882, della “gelosia del demonio”, la quale si manifesta in malanni violentissimi, quali cefalee e “tremiti strani” che possono durare anche un’intera notte. Allontanatasi per questi motivi di salute dal convento, e partita per Boissonnet, la fanciulla tuttavia non viene abbandonata dai disturbi (che, ripetiamo, vengono giudicati di origine demoniaca senza alcun dubbio); e la rappresentazione delle manifestazioni del male assume colori davvero angoscianti in bocca a Teresa: “Non so come descrivere la stranezza di quel male; dicevo cose che non pensavo, ne facevo altre come se vi fossi forzata mio malgrado, parevo quasi sempre in delirio; ciò nonostante, son sicura di non essere stata fuori di me un sol momento. Rimanevo spesso svenuta per ore intere, e svenuta in tal modo, che ogni minimo movimento mi era impossibile; ma pure, anche nel colmo di quello straordinario torpore, udivo distintamente quanto si diceva attorno a me, fosse pure a voce bassa, e lo ricordo tuttora.
E quale orrore m’ispirava il demonio! Avevo assolutamente paura di tutto: il letto mi pareva circondato da orribili precipizi: certi chiodi conficcati nel muro della mia camera prendevano ai miei occhi l’aspetto terrorizzante di grosse dita nere carbonizzate, e mi facevano mandare grida di spavento. Mentre mio padre un giorno mi guardava in silenzio, il cappello che teneva in mano prese ad un tratto gli occhi miei non so che orribile forma, e ne ebbi tanta paura, che il povero babbo se n’andò singhiozzando” (cito dalla storica edizione Berruti & c., Torino, 1943).

1 commento:

fb ha detto...

C’è un passo, tratto da uno dei manoscritti di Teresa, che trovo di una bellezza commovente per il modo in cui la futura santa riesce ad esprimere la sublime necessità del suo sacrificio.
Teresa aveva 14 anni quando apprese la notizia della condanna a morte di Enrico Pranzini, che aveva assassinato tre donne, e del suo rifiuto ad ogni incontro con il sacerdote. Per Pranzini Teresa moltiplicò preghiere e sacrifici, coinvolgendo anche la sorella Celine, per scongiurare la sua morte impenitente. All’indomani dell’esecuzione della condanna a morte, Teresa trovò il racconto delle ultime ore di vita del condannato, e così ne narra:

“Malgrado il divieto fattoci da nostro padre di leggere i giornali, non credevo di disobbedire leggendo le notizie che riguardavano Pranzini. Il giorno seguente alla di lui esecuzione mi trovo sotto le mani il giornale 'La Croix'. Lo apro con ansia e che vedo?... Pranzini non si era confessato, era salito sulla ghigliottina e si disponeva a passar la testa nel lugubre buco, quando ad un tratto, assalito da una subitanea ispirazione, si volta, afferra il Crocefisso presentatogli dal cappellano e ne bacia per tre volte le piaghe santissime... Poi la sua anima andò a ricevere la MISERICORDIOSA sentenza di Colui il quale dichiara che in cielo si ha più gioia per un solo peccatore che fa penitenza, che per 99 giusti che non ne hanno bisogno” (Manoscritto autobiografico A , 1895).

Interpretazioni dietrologiche prodotte da debilitati panorami psichiatrici? Bah. Comunque sia, tanto per Teresa quanto per Pranzini, l’ombra si dissipò de facto dal "lugubre buco".
“Nora e le ombre” lascia mirabilmente in sospeso il quesito - uno dei tanti -, relegando alla sola disperazione del nonsense esistenziale ipotizzarne le risposte.