giovedì 18 settembre 2008

Autori: Arturo Loria


C’è un autore di racconti di una bellezza strana, pensosi e rimuginanti, insonnoliti a volte, ma con improvvise impennate di agitazione quasi folle. Si chiama Arturo Loria. Lo amano soprattutto gli scrittori. Nessun libro suo è oggi in catalogo: bisogna armarsi di pazienza e cercarlo tra bancarelle dell’usato e magazzini di biblioteche, per avere tra le mani le sue raccolte (“Il cieco e la bellona”, “Il compagno dormente” – dormente, sì –, “La scuola di ballo”…). A differenza di altri suoi contemporanei e amici del giro delle riviste letterarie dei primi decenni del Novecento, Loria non gode, per ora almeno (e non sarò io a cambiare le cose, temo), di una vera riscoperta critica (però su di lui ho letto di recente pagine illuminanti ne “Il bello della bestia” di Silvia Tomasi, che ne indaga il lato fantastico). Eppure il suo stile, situabile tra Tozzi e Palazzeschi, ma con un che di arruffato in più, di scontroso, di irrisolto anche e di faticoso, nel periodare, suona modernissimo nella sua atemporalità (come suona modernissimo l’inattualissimo Landolfi): e l’andamento dei suoi racconti, che si sviluppano come sogni e non come intrecci, lontani da ogni artificio, di un’imprevedibilità assonnata, lascia senza fiato, o meglio fa respirare lentissimamente.

1 commento:

fb ha detto...

E adesso?
Come si fa a non dare il via alla caccia al tesoro?