lunedì 22 settembre 2008

Un'altra intervista mancata - 1

(Si tratta di materiale raccolto per un articolo di Andrea Garbin destinato a confluire sulla rivista "Necro", che ha terminato le pubblicazioni poco prima dell'uscita del pezzo. L'intervista risale ai primi mesi del 2008, e fa riferimento quindi al solo "Nora e le ombre")

Come ti organizzi quando scrivi?
Procedo di solito per accumulo: da quaderni di suggestioni, pagine senza scopo, descrizioni, trascrizioni, parafrasi, dialoghi, che restano lì magari per anni (nel caso di Nora è stato così), traggo a poco a poco un abbozzo di storia, un'idea unificante: è un bel momento, eccitante e sempre sorprendente, quando riesco a far confluire tutti quei momenti disparati (non tutti, magari, ma molti) in un qualcosa di coerente.
Non troppo, però: mi piace lasciare in sospeso, mi piace che non tutto sia coerente in modo stringente.
Scrivo quando capita, e come capita. Preferisco ancora scrivere a mano, su quaderni a quadretti da elementari, una riga sì e una no. Al computer riscrivo, limo, accartoccio le frasi, cambio le parole.
Non sono metodico e non sono sistematico.
E passo gran parte del tempo a riscrivere. Le parole vivono avventure loro, spesso interessanti tanto quanto quelle dei personaggi. Sono convinto che la ricerca del termine giusto, o dell'immagine più calzante, o del ritmo di frase più adatto, sia intrigante più della ricerca del colpevole in un poliziesco - o, senza esagerare, sia come lo scioglimento di un enigma.

Te la sentiresti di consigliare uno o più autori odierni?
Al di là degli autori che amo, e sulle cui pagine torno sempre a rifarmi il gusto (Calvino, Landolfi, Palazzeschi, Pavese, Manganelli...), ci sono autori più recenti, sì. Ho amato "Lourdes" della Matteucci, ammiro John Banville, sono rimasto sbalordito dalla bellezza misteriosa e inquietante de "La pianista e i lupi" della Haasse... ora leggo con ammirazione (e quell'invidia che coglie gli scrittori) "Je ne connais pas ma force", l'ultimo romanzo di una giovane francese, Stéphanie Hochet.
Ora che ci penso sono tutti autori e romanzi che non entrano in un genere, non si lasciano ridurre in una determinata categoria, e con uno stile impeccabile (e talvolta visionario) esplorano profondità (del mondo, dell'animo umano, della società...) di cui non ci accorgeremmo e su cui siamo appesi.

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