lunedì 1 settembre 2008

"Le larve" - le fonti, 5b

In Landolfi (ne ha scritto bene, tra gli altri, Zanzotto) c’è più poesia che prosa nell’accezione comune. A proposito de “La pietra lunare”, Zanzotto dice: «C’è, dovunque, è in ogni parola e frase, in ogni cadenza del racconto, nella tessitura intima di esso». Ora, credo che uno scrittore che si dedichi al romanzo, o al racconto, e che senta la necessità di una lingua poetica, semplicemente vuole attingere ad essa come a uno strumento articolato, complesso, stratificato, in cui le parole non si limitano a denotare ma risuonino di echi, diano luogo a impasti timbrici anche misteriosi, costringano all’attenzione, impongano uno sforzo supplementare (allo scrittore che le ha cercate, al lettore che se le è trovate). Una lingua sciolta da compromessi di velocità e comprensibilità immediata: non si nasconde, anzi si fa notare, toglie in un certo senso spazio e attenzione all’azione, scorre come una partitura, usa la sintassi come una tessitura ritmica, il lessico come un’orchestrazione, gioca (nel caso di Landolfi, in particolare) con le dissonanze tra registri, con gli attriti tra sublime e basso, tra elevato e corrivo, usa le trasandatezze come preziosità, le preziosità come un repertorio comune, evita i luoghi comuni, attinge a tradizioni neglette e le rinnova. Fa vivere (ma questo devo averlo già scritto) alle parole avventure parallele ai personaggi, non meno intricate, spesso più avvincenti.


A proposito di consapevolezza del valore poetico della lingua anche per un narratore, voglio riportare parte di un'intervista dell'amica e scrittrice francese Stéphanie Hochet, straordinaria cesellatrice di cinque romanzi purtroppo inediti in Italia, densi di ironia, tensione, crudeltà e profondità.

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