mercoledì 10 settembre 2008

Letture e senso della realtà

Se è vero che un uomo è anche ciò che ha letto (e pazienza per quelli che non leggono), nel darsi una visione delle cose del mondo e di sé, e se è pure vero che l’esperienza del leggere è fatta spesso, oltre che di scelte, di incontri casuali, di scoperte inaspettate – se è vero tutto questo, per un uomo, e in particolare per chi scrive, il senso della realtà viene anche (non solo, d’accordo, ma anche, e forse soprattutto) da un intreccio equilibristico di letture diverse fatte nel corso dell’esistenza, potenti come esperienze vissute in prima persona.
La concretezza realistica di molte pagine di “Nora e le ombre” o “Le larve” nasce sicuramente dalle mie avventure di lettore. Mi ha sempre colpito la percezione comica della realtà degli antichi. Il romano colto, per sua natura dotato di una certa curiosità snobistica, quando si accosta alla realtà lo fa senza remore, e di solito per riderne. È un realismo dell’osservazione, corporale, di una concretezza tale da far arrossire: non ha ancora subito le censure per tutto ciò che la nuova sensibilità cristiana sentirà come inappropriato, indicibile, immorale. Amo le pennellate di realismo di Apuleio e poi di Petronio, rido (vergognandomene un po’) con quello di Catullo o Marziale.
Poi c’è la lente d’ingrandimento di Swift: nello scatologico, nel disgustoso, un maestro senza eguali, perché di inappuntabile precisione scientifica.
E ci sono stati i grandi descrittori della malattia (della peste), e dei riflessi sociali e morali di essa: Tucidide e Lucrezio, va bene; il Defoe del “Diario della peste di Londra” (e non sto nemmeno a citare gli inevitabili narratori italiani).
Nel campo minato dell’espressione della sessualità, ci sono stati (e potrebbe essere sorprendente) gli americani, soprattutto Updike (e, in seguito, Philip Roth): letto da adolescente, un romanzo di Updike rivela non che il sesso è una componente fondamentale della vita (questo già lo si sospetta, da adolescenti), ma che può esserlo, con insistita naturalezza, e senza censure, della particolarissima vita che è raccontata nei romanzi.
Il senso della terra, invece, fatto di sudore, fatica, mi è venuto dalle pagine aspre di Federigo Tozzi. (Ma da bambino, anche, ho assaporato con un certo sgomento l’amaro della povertà nera, fatta di nulla da mangiare e nulla da fare, in Collodi). Forse è anche per la grandezza degli autori che ho letto che la terra letteraria di “Nora” e delle “Larve” è pianura, non montagna: il paesaggio, forse, è composto più di tasselli romanzeschi che di esperienza diretta. Ma sto divagando.

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