lunedì 29 settembre 2008

"Le larve": le fonti, 8


In “Dopo il duello” di Antonio Mancini, una tela del 1872 conservata alla GAM di Torino, ho trovato una singolare sintonia di atmosfera con i ricordi infantili de “Le larve”, anche se vari dettagli non coincidono. Un’ombra da adulto, sulla sinistra, incombe sul fanciullo ferito, stagliandosi sulla parete di un giallo opprimente; il fanciullo stesso, vestito da damerino, colto in un attimo di sofferenza incomprensibile, sembra subire le conseguenze di un gioco spintosi troppo in là e divenuto violento e sanguinoso; panni macchiati di sangue e uno spadino, in primo piano, forniscono indizi che non risolvono del tutto, non chiariscono fino in fondo. Si respira un’ambiguità profonda, voluta certo, ma in parte come scappata dalle mani dell’autore, e ingigantitasi. La messa in scena allude a un gioco che, fingendo un duello, si sta tramutando in tragedia: o è una tragedia simulata, uno scherzo macabro, la ricostruzione di un fattaccio, o insomma, la ricostruzione di quel dramma che è diventato il gioco? Quel ragazzino mente, o soffre davvero? Finge la morte, o sta morendo sul serio? E, se finge di soffrire, percepirà comunque la sofferenza, come chi, fingendo di avere la febbre, se ne persuade al punto di provocarsela davvero? E quell’ombra, è una minaccia o segna piuttosto l’arrivo di un soccorritore spaventato? O è l’ombra di una minaccia che, spaventata dalla propria cattiveria, indugia, torna sui suoi passi, sperando di rimediare almeno in parte a ciò che ha fatto?
Il nitore esasperato della tecnica pittorica, invece di chiarire, annebbia.

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