domenica 12 ottobre 2008

Rimuginii

Credo sia importante, oggi, per chi scrive, dotarsi di uno stile che si faccia carico delle complessità del mondo. Mettiamola così: uno stile complesso ha oggi (oggi!) una sua valenza pedagogica, e anche politica. Troppi si danno a presentare la semplificazione come una soluzione, la via più facile come la più giusta. Non è così, credo (credo, ritengo, spero: visto che opto per la complessità, non posso dirmi sicuro che sia solo così). La realtà è un intrico di cause ed effetti, cercarne un senso vuol dire sprofondare in strati e sottostrati di presenti e di passati; la letteratura, la buona letteratura lo fa: scava, rovista, mette sottosopra, mette un po’ di ordine, d’accordo, ma senza accontentarsi della soluzione più spiccia, stende uno sguardo sull’inestricabile molteplicità del tutto, divaga, si sofferma sulle zone d’ombra, si concentra con sgomento sul mistero (umano, terreno), sull’inesplicabile, esercita la strategia del dubbio (pedagogica anche questa, doverosa in tempi di eccessive certezze, o di fatue parole d’ordine spacciate come certezze), disattiva dogmi, sparpaglia luoghi comuni divenuti, per pigrizia o per calcolo, principi indiscutibili, alle parolone in quella neolingua violentemente povera oppone l’eloquenza fertile di un balbettio continuo, alla superficie della denotazione oppone (ci prova, via) le profondità della connotazione, ribatte agli slogan con argomentazioni che si perdono via via in lontananze indistinte. Lo fa con le parole: con tutte le parole che la logica semplificatoria di oggi vorrebbe dimenticare, quelle che rimandano a una visione obliqua, quelle che risuonano di echi, quelle che fanno pensare, che fanno rallentare nella lettura, che costringono a consultare un vocabolario. Lo fa con la sintassi: con la laboriosità dell’ipotassi, con la libertà straordinaria dell’ipotassi, che si spinge a scovare i legami tra i fenomeni, e che allo stesso tempo invita a pensare che quelli non sono gli unici legami, che ve ne sono altri, perché allora questi e non quelli? Lo fa con la vitalità di uno stile riconoscibile, non etichettabile: che può far nascere in chi legge la percezione di una visione soggettiva (una, accanto a mille altre), di un lavorio di mente alla ricerca della parola più giusta, o bella, di un pensiero (uno, accanto a mille altri) che racconta, attraverso le parole, la difficoltà di raccontare, di capire.

1 commento:

Fabiana ha detto...

Non posso fare a meno di manifestarti la mia ammirazione per il modo in cui riesci ad esplicare sensazioni al limite dell'inesplicabile. Le tue sintesi sono folgoranti; le tue comparazioni da meditarci su senza sosta. A volte mi vengono dei groppi in gola e non riuscirei a combinare parole in modo efficace neppure dopo averli sciolti e sedimentati. Tu, invece, me li spieghi e lo fai con una leggerezza che mi riempie di venerazione.
Amo il ritmo che dài alla lettura del tuo scrivere.
Questi rimuginii sono già diventati manifesto della mia idea della letteratura. Potrei leggerli e rileggerli e scovarvi ogni volta nuova fonte.
Il tuo richiamo al romanticismo di qualche giorno fa - riguardo l’oratorio di Arthur Honegger -, poi, al nostro scordarci alle volte di essere romantici, mi ha accesso una miriade di lumicini. Uno su tutti: ai romantici della gloriosa stagione del romanticismo tedesco ripugnava la forma tragica classica perché l'imperativo del decoro che la regge impedisce l'erompere della passione; ma poi è lo stesso Diderot ad affermare che "la poesia vuole qualcosa d'enorme, di barbaro e di selvaggio". Dunque è vero: da un paio di secoli a questa parte in tutte le fasi evolutive (o quelle che si crede siano tali) l'assioma comune affonda le sue radici nel romanticismo ma, la stessa storia insegna, questo pare non possa fare altro che far scaturire sùbito la propensione a superarlo. C'è sempre un valido motivo per rifuggire dal romanticismo.
E tu… tu sei profondamente coerente: il tuo stile si fa carico - anche - di questa complessità, attraverso il tuo imprigionare le umane passioni in una sintassi impeccabile, al limite dell'ammanieramento, al limite dell'algida constatazione, costringendo così il lettore ad un costante bilico tra una lettura compassionevole e una lettura epica. I sensi sono pizzicati ma restano vigili.
Anche questo fa venir voglia di piangere…