venerdì 3 ottobre 2008

Appunti per un racconto di vita scolastica

Da insegnante di lungo corso, X ha potuto constatare, in migliaia di occasioni e soprattutto durante quei momenti delicati che sono le interrogazioni orali, i mille modi con cui lo stress si sa manifestare sui volti e in generale sui corpi di chi, come appunto un alunno, è sottoposto a una prova carica di tensione. L’interrogazione orale, con gli esaminati seduti attorno alla cattedra, è davvero un’occasione preziosa per osservare le metamorfosi che avvengono negli alunni: molto più di un compito in classe, in cui ci si mette in gioco in solitudine, e in cui il tempo più ampio a disposizione consente a chi vi si sottopone di diluire la tensione, di programmare le operazioni, di architettare una risposta, l’interrogazione, a torto o a ragione, sembra il regno delle prove immediate, incancellabili, inappellabili, in cui ci si gioca, oltre che il voto, una reputazione dinanzi al resto della classe.
Taluni reagiscono con precipitosità, sparando risposte, le prime venute in mente, non importa in quale forma, non importa se incongrue, rasentanti l’oscurità o il delirio: a spaventarli è il silenzio, l’attesa silente. Altri, al contrario, si chiudono in un mutismo disperato. Piuttosto che sbagliare, preferiscono tacere; coltivano il sospetto che tutte le risposte tranne una siano errate: o che non vi sia nessuna risposta giusta, nessuna. Il loro silenzio ha del metafisico. I primi sembrano pensare che in ogni risposta vi sia del buono (posizione anche questa non priva di una sua suggestione filosofica), i secondi che solo nel tacere vi sia una possibile, precaria salvezza.

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