sabato 18 ottobre 2008

"Le larve": le fonti, 10


Un lettore de “Le larve” ha accennato di recente a lontane ascendenze verghiane. Io, che con un po’ di apprensione cominciavo a sospettare di suonare soprattutto manzoniano, dal momento che su “I promessi sposi” torno da più di vent’anni per motivi professionali e qualcosa di quello stile deve essermi rimasto appiccicato alle dita, tiro un sospiro di sollievo. Dell’imprinting di Verga non ero cosciente, a parte le pagine affilate, disperate de “La lupa”, che credo di avere già citato altrove: ma sento che potrebbe esserci del vero, e che l’influsso del corpus narrativo dello scrittore verista potrebbe essere più esteso.
Vediamo, allora: una lingua che si nutre di parlato e dialettale, attinge a proverbi e convenzioni popolari, riporta i rimuginii e i borbottii o le improvvise esplosioni d’ira dei parlanti, e lo fa per fingersi strumento di analisi di una realtà da osservare con occhio scientifico, ma non rinuncia alla ricchezza dello scritto illustre, proprio perché a realtà complessa non ci si può riferire se non con una lingua complessa – una tale lingua è vittima di un equivoco metodologico nel fingersi strumento di analisi eccetera, ma assurge a risultati altissimi, ed è questo che conta. Ma forse non è tanto questione di scrittura.
C’è in Verga un’essenzialità di sguardo che lavora di taglio sulla realtà, di sintesi: riduce le descrizioni, limita i ritratti, accenna appena agli elementi paesaggistici, e questi accenni lirici se li lascia quasi scappare. Questo modo ellittico di raccontare, questo non dire – questo sì lo sento come uno strumento di rara potenza espressiva. Allo stesso modo, il raccontare azioni e gesti senza voler indagare nelle motivazioni, senza rovistare nei pensieri, l’osservare dal di fuori, da vicino ma dall’esterno, lo stare ad alitare sul collo dei personaggi, per non perderne un atto, non lasciarsene sfuggire una parola, nemmeno le più casuali, lo sento come un metodo di indagine sulla realtà molto più efficace della ricerca a tutti i costi di una spiegazione psicologica per ogni batter di ciglia.
Ma c’è dell’altro. Vite schiacciate da una sorte segnata; sforzi di cambiare logoranti e in deriva verso il fallimento; un attaccamento ostinato, brutale, cieco alle cose, alla terra, alla considerazione sociale, alla rispettabilità; un senso oppressivo e intriso di tensione dei rapporti umani, tra generazioni, tra ceti, tra acculturati e illetterati, ricchi e poveri, contadini e gente di città, patriarchi e figli ribelli; la percezione di un destino collettivo e individuale che però non ha nulla di sacro, il che non lo rende meno soffocante.
E il muoversi con lentezza nel seguire i personaggi, come se questi andassero alla cieca, o come se nel perseguire un obiettivo fossero sempre distratti, rallentati da qualcosa o qualcuno; e d’improvviso, il verbalizzare le accelerazioni, le sbandate travolgenti, i crolli o gli scontri.
Quel lettore dell’inizio ha ragione, eccome, anche se temo che il suo accenno a Verga non volesse suonare elogiativo.

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