domenica 19 ottobre 2008

"Nora e le ombre": le fonti, 5




Pochi sanno unire precisione e indeterminatezza come Francis Bacon. Nell’intrico convulso di arti e capi d’abbigliamento spicca la nettezza di un orecchio preciso come su un manuale d’anatomia. In quelle nebulose di carne grigia e rosa che sono i volti, è incastonato un occhio attento, con una pupilla che ti fissa e pare viva. In interni essenziali e scombinati insieme, dalle prospettive sghembe, ecco il dettaglio impeccabile, il complemento d’arredo rifinito minuziosamente, la lampadina giusta, il tavolino di pregevole fattura, la poltroncina, il quadretto appeso in bella cornice (un Bacon, of course).
Le prime riproduzioni di dipinti di Bacon le ho trovate, ragazzino, su vecchi ritagli di “Epoca”, di cui però non so più il numero e la data precisa (ma l’anno era il 1974, l’occasione una mostra di Bacon al Metropolitan Museum di New York). L’articolo di commento, che mi pare di ricordare arguto, portava la firma di Raffaele Carrieri. Ho conservato quelle pagine per anni, prendendo appunti e trascrivendone spunti, prima di gettarle perché logorate dall’uso.
A quei dipinti popolati di forme ectoplasmiche, indecise se mantenersi composte pur nella sofferenza o lasciarsi andare a scenate ringhiose, ho fatto più volte riferimento, anche in modo esplicito, nel mio “Nora”. A volte per rendere le figure dei visitatori, ma soprattutto per ambientare la scena al museo del capitolo ottavo, e il vagare di Nora e De Mastris tra i grandi trittici appunto di Bacon.
A Milano, mesi fa, ho vagato anch’io tra le urla silenziose e le mani contorte e i colletti abbottonati e le gambe accavallate di quei trittici e di altre opere del pittore di Dublino, nella mostra allestita a Palazzo Reale. Vedevo una spaventosa passione per la vita in quelle figure, e rimanevo a bocca aperta dinanzi a quella “disperazione esilarante” che lo stesso Bacon rintracciava nel suo modo di leggere il mondo e di esprimersi. Quando ritrovavo uno dei quadri che da ragazzino avevo scoperto su “Epoca”, attratto allora da quel che di orrido che promanava da quelle forme, scoprivo di sentirmene quasi intenerito.

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