martedì 28 ottobre 2008

Un'intervista

Compare oggi su http://www.thrillermagazine.it/rubriche/7084 una bella intervista su "Le larve" a cura di Barbara Baraldi. Ne riporto un paio di estratti.

Il paesaggio ha molta importanza nella vicenda. A tratti sembra interagire con i personaggi…
È vero, è un paesaggio che sembra vivere di vita propria. Gli esterni sono visti con gli occhi della memoria: sono come li vedevo da bambino quando li attraversavo per andare in vacanza, immensi, misteriosi. Gli interni sono quelli dei miei sogni: corridoi, stanze, altre stanze, altre ancora… Mi piace far muovere i miei personaggi in questi ambienti, in esplorazione: non accade nulla, ma potrebbe accadere di tutto.

Il dipinto del capofamiglia riveste un ruolo predominante. Inquieta perché mostra la cattiveria di chi ritrae. Mi ricorda in qualche modo il ritratto di Dorian Gray. Cosa ne pensi?
Il ritratto è legato al tema del doppio, che attraversa tutto il romanzo e che è probabilmente una delle ossessioni più forti e persistenti della letteratura fantastica. Quindi sì, c'è Wilde, ma ci sono anche Hoffmann e Poe dietro quel ritratto — un'idea non certo di prima mano, su cui ho insistito in vari momenti della storia proprio per la sua "classicità", per l'appartenenza al buon vecchio trovarobato gotico. Più concretamente, per quel dipinto del nonno mi sono ispirato a un sorprendente autoritratto di Savinio del 1936, conservato alla GAM di Torino: un autoritratto con il volto di gufo, lo sguardo acuminato, una manona in primo piano…
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Leggendo "Le larve" non ho potuto fare a meno di notare similitudini con "Nora e le ombre", il tuo primo romanzo. La casa infestata da presenze che turbano, un personaggio femminile dalla sensibilità straordinaria tormentato e isolato in una stanza…
In effetti, ho cominciato a scrivere le prime pagine del secondo quando ancora non avevo terminato il primo, e la stesura de "Le larve" ha coinciso con il lungo lavoro di revisione di "Nora" per la pubblicazione. Così, si può dire che ho mantenuto gli stessi ambienti per immaginarvi lo sviluppo di un'altra storia. Ne "Le larve" il palazzo è ancora più astratto, indefinito nell'architettura; inoltre, si sdoppia e si moltiplica nel sottosuolo. Attorno, le stesse campagne che si perdono a vista d'occhio nella parte ottocentesca di "Nora e le ombre", e che su di me, che vivo circondato dalle montagne, esercitano un fascino irresistibile. Aggiungi che diversi sensi di "ombre" e "larve" combaciano. Ed è anche vero che ne "Le larve" i personaggi, pur non essendo revenant, o spettri, si comportano come tali: scivolano lungo i muri, appaiono e scompaiono, si muovono come in uno stato di ipnosi, sembrano stare al confine tra questo e un altro mondo. È come se l’esplorazione di certi temi in "Nora" non mi fosse bastata, e avessi sentito il bisogno di insistere, cambiando giusto la prospettiva, e adottando con Le larve un punto di vista maschile, dopo aver tentato quello femminile.

Il tema della fanciullezza emerge tramite i ricordi dei protagonisti, sogni e racconti. È un simbolo o lo utilizzi per far conoscere meglio la psicologia del personaggio tramite flash back del suo passato?
Per me scrivere storie è soprattutto esplorare il passato dei personaggi, alla ricerca di quel che è già avvenuto: è muovermi liberamente tra presente e passato. Scoprire il passato dei personaggi aiuta, come è sempre stato, a chiarire le loro azioni e i loro pensieri al presente: ma spesso in realtà, invece di dare risposte, questa ricerca costringe a farsi altre domande, non spiega, divaga, aggiunge mistero, suona incongrua. La fanciullezza, l’adolescenza sono un serbatoio senza fine di spunti narrativi: i bambini e i ragazzini vivono già come se si sentissero personaggi di un romanzo interminabile, o come prigionieri di "un lungo sogno minaccioso". Le loro paure, i loro momenti di esaltazione, le scoperte e le esitazioni hanno un sapore fortissimo, che la letteratura può sperare di recuperare almeno in parte.
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