martedì 13 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Nottedinebbiainpianura"

Riporto la prima parte dell'intervista che mi ha fatto Angelo Ricci per il suo blog http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com (un blog che rivela vera passione per la letteratura, e in cui capito spesso).

Claudio, affrontiamo subito il tuo Rapsodia su un solo tema. È un romanzo che si stacca nettamente da molta letteratura contemporanea. Quanto c’è di passione letteraria e quanto, permettimi, di provocazione?

Non avevo l’intenzione di provocare, ti assicuro, e nemmeno di contrappormi polemicamente alle mode correnti. Volevo soprattutto condividere una passione personale (per la musica, in particolare per il mondo musicale del Novecento) che negli anni si è nutrita di ascolti e letture, raccontandola attraverso le vicende di alcuni personaggi. Volevo misurarmi con il racconto della musica. Poi, certo, volevo prendere alcune distanze: da certe atmosfere dei romanzi precedenti, da alcuni cliché con cui anch’io avevo giocato e che oggi dilagano.
Ho corso (consapevolmente) qualche rischio, in questo: la musica colta del Novecento non attrae folle isteriche di fan; la struttura del romanzo, che fin dalla copertina finge di essere un saggio, o almeno una raccolta di pagine anche saggistiche, invita il lettore a stare al gioco in un modo che oggi non è più praticato; nel mondo interiore e nelle vicende dei personaggi si entra un po’ alla volta, e ci vuole un po’ di pazienza, lo so. Ma (e questo è un grosso ma) credo di avere lasciato al romanzo una certa leggerezza, di averlo colorato di ironia sorridente; e assicuro di non avere calcato troppo la mano con la componente analitica della musica.
Ripeto, la mia non era un’operazione snobistica, o élitaria, e sono felice che un editore come Manni lo abbia capito e abbia voluto credere in Rapsodia.

Mi pare che tu sia riuscito, con grande maestria, a creare un vero a proprio mondo parallelo. Tuttavia, non è per nulla un mondo algido e artefatto, bensì un mondo che ci lancia come un atto di accusa. E questo atto di accusa è che l’umanità non apprezza l’Arte, il Bello, ma anzi fa di tutto per eliminarli o ammaestrarli. Secondo te, l’amore, la passione, direi anche la dedizione per l’arte possono essere ancore di salvezza o sono solo illusioni?

Dedizione per l’arte, dici bene. Nel mio romanzo la composizione della musica viene raccontata proprio così, come un esercizio paziente, un lavorare costante sul proprio stile, un confronto continuo con la tradizione alla ricerca di una propria voce nuova. In un’arte concepita così, come lavoro umile ma consapevole (da artigiano, da orafo), vedo una possibile salvezza al degrado e l’imbarbarimento dei nostri tempi. Forse Rapsodia su un solo tema vuole suggerire anche questo: esiste un mondo di bellezze, di suoni, di parole e di colori che pochi conoscono, ma che appunto esiste, e può restituire gratificazioni ed emozioni in abbondanza, può insegnare una tensione alla libertà oltre che un’attenzione alle regole (a quelle che noi stessi ci siamo dati), e ci aiuta a scavare dentro di noi e dà voce a ciò che siamo e non sappiamo di essere.
Il libro racconta dei condizionamenti che la musica può subire da diverse forme di potere. Ma racconta soprattutto di come la musica (e l’arte in genere) possa sfuggire a questi condizionamenti, possa depistare i censori, persuadere i committenti (senza committenza, o senza un pubblico, l’arte muore), forzare le direttive, o almeno, accettato qualche compromesso, possa rimanere fedele a se stessa.
Quanto all’oggi, all’Italia di oggi intendo, assisto con preoccupazione all’indifferenza generalizzata, alla diffusa sordità all’arte, frutto di un lavoro pluridecennale di diseducazione. Alla grandezza perturbante e non ingabbiabile dell’arte i grandi mezzi di informazione hanno sostituito prodottini edulcorati, rassicuranti, divertenti, di facile consumo, kitsch, magari dotati di un carattere subdolamente celebrativo. Rapsodia racconta anche di questa forzatura, anche se riferendosi a periodi e contesti diversi.
Al potere, paradossalmente, sembra più pericoloso il lavoro paziente dell’artista che esercita un suo magistero che unisce libertà e disciplina, e insegna a dominare il caos attraverso l’esercizio del controllo – piuttosto che il gesto dell’artista invasato, del vate ispirato, che si può sempre far passare per un innocuo picchiatello.

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