venerdì 30 luglio 2010

"Rapsodia su un solo tema": la lettura di Loris Biazzetti

Tempo fa Loris Biazzetti, vecchio amico e autorevole "minologo", mi ha scritto questa mail dopo aver letto "Rapsodia su un solo tema".

"Stavolta - a differenza di quanto feci per Nora e per Larve - non ho avuto tempo e modo di immergermi in un'unica sessione di lettura nel tuo nuovo bellissimo romanzo, che pertanto mi sono goduto a più riprese nei rari momenti tranquilli. Ma ancora una volta, a dispetto di una trama e di uno svolgimento narrativo che ad un primissimo impatto mi erano apparsi meno coinvolgenti rispetto alle due opere precedenti, il miracolo si è ripetuto: ti dico subito, anzi, che questa RAPSODIA mi ha regalato - citando la scontatezza e povertà gergale di certi "diggèi" da te amabilmente sbeffeggiati nel libro - "emozioni", "vibrazioni" e "suggestioni" ancora più forti del solito.
L'elenco delle cose che ho amato di questa tua nuova fatica è lungo: gli irresistibili - nella loro grottesca tragicità - verbali degli interrogatori dei vari Galamov al povero Rafail; le dotte digressioni musicologiche dispensate, però, con una leggerezza e un'autoironia che strizzano l'occhio anche al lettore culturalmente più sprovveduto; lo sviluppo intrigante del rapporto di Ethan con Polina, il cui ruolo di semplice e trasparente "tramite linguistico" nei dialoghi tra il musicista americano e il suo collega russo si complica e si arricchisce pagina dopo pagina man mano che cresce il suo inappagato trasporto amoroso per il giovane ospite; il gustoso inserimento delle notarelle a pie' di pagina che da una parte snelliscono il flusso del racconto vero e proprio (pur facendone parte integrante) e dall'altra servono a Claudio Morandini per lanciare al lettore qualche manciata di farina del proprio sacco che egli non si sognerebbe mai di mettere in bocca all'io narrante della storia, e questo per scongiurare fuorvianti e fin troppo facili identificazioni tra autore e personaggio.
Ma ciò che ho trovato a dir poco sconvolgente del tuo romanzo sono le tre pagine della postfazione. Un colpo di scena (e di genio) narrativo che scombina pirandellianamente le presunte certezze che avevano caratterizzato fin lì l'evolversi della storia e gli identikit dei personaggi. Proprio quando il sipario sta per calare, a impadronirsi totalmente della scena è - a sorpresa - quella che era parsa fin dalle prime pagine una figura secondaria e quasi marginale: l'incolore cinquantenne Carl con cui Ethan trascina pigramente (al contrario del partner di cui egli sopporta a fatica l'ostinata gelosia e l'appiccicosa affettività da mogliettina premurosa) una relazione omoerotica usurata dal tempo: "Conosco a memoria i suoi peli pubici imbiancati" è uno degli epitaffi più crudeli con cui si possa suggellare la fine di una passione, ed è solo una delle tante osservazioni ingenerose sul conto di Carl che Ethan annota nel suo diario. E fino alla terz'ultima pagina, il lettore del libro non può nemmeno lontanamente sospettare che colui che egli crede la vittima ignara di quelle cattiverie è in realtà il vero deus ex machina di tutta la vicenda, colui che ne ha rimesso insieme le fila nel tentativo di portare a termine e rendere pubblici - in un estremo atto d'amore - il lavoro, i sogni, i progetti del suo Ethan. Non dovrei dirtelo, Claudio, per non sembrarti svenevole e patetico come il povero Carl, ma quelle tre pagine finali mi hanno davvero commosso fino alle lacrime".

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