mercoledì 7 luglio 2010

Da "Letteratitudine": intervista su letteratura e musica, 1

Su "Letteratitudine" di Massimo Maugeri è in corso una discussione sul rapporto tra musica e letteratura. Massimo ha fatto agli autori invitati (oltre a me, Marta Morazzoni, Achille Maccapani, ai quali si è aggiunto Francesco Marchetti)alcune domande in proposito. Ecco le mie risposte.

Che cosa hanno in comune letteratura e musica?
Il “mestiere” del musicista (del compositore, soprattutto) e quello dello scrittore hanno molti punti in comune: il primo è la scrittura (l’alto artigianato della scrittura, potremmo dire); poi ci sono il rapporto con la committenza, con il pubblico, con il gusto, e il brulichio di tutto quel mondo che vive attorno alla e di musica (o attorno alla e di letteratura).
Direi anche che musica e letteratura possono essere accostate, con una certa dose di approssimazione, a livello di costruzione. Qui tiro in ballo la mia piccola esperienza: ci sono forme musicali alle quali riconosco di essermi ispirato: il tema con variazioni, per esempio; la rapsodia (naturalmente).
Ma c’è dell’altro: se uno prende una struttura di classica, cristallina perfezione come la forma-sonata, e legge, o sente, i temi come caratteri (o come personaggi) e l’intreccio e lo sviluppo dei temi come relazioni tra personaggi, ecco che ci trova una potenzialità narrativa, quasi romanzesca. Ogni compositore classico sembra aver raccontato in mille modi diversi la stessa storia. Ah, quante cose da dire ci sarebbero!


In cosa si differenziano nettamente?
Io credo che la musica rimandi a se stessa, e che i suoni non siano nient’altro che suoni (mi riconosco nella linea Hanslick-Stravinskij, e direi che il mio Dvoinikov la pensa come me, mentre Ethan Prescott, il giovane americano che lo intervista, sembra più possibilista sul fatto che la musica possa esprimere qualcosa di più che pure forme sonore). Siamo noi, nell’ascolto, a sovrapporre a quelle aggregazioni di suoni dei significati che sono in realtà nostri, e che fanno parte del nostro vissuto, pescano nelle nostre esperienze, sono insomma incrostazioni soggettive, che diranno molto di noi, poco della musica.
Poi c’è un altro aspetto: la musica vive nelle mani (o con il fiato) di mediatori, di esecutori, o meglio di interpreti, che danno vita alle partiture e le trasmettono al pubblico, con un ruolo quasi pari al compositore. È una forma di intermediazione che manca nel mondo della letteratura.

In quali occasioni la musica è “entrata” nella letteratura (con particolare riferimento alla narrativa)?
Me la cavo rimandando agli studi di Roberto Russi, che si occupa da una vita del rapporto tra musica e letteratura. Un suo libretto, densissimo di riferimenti, come “Letteratura e musica” (Carocci, 2005), mi ha dato suggerimenti preziosi sui mille modi in cui la narrativa ha potuto narrare la musica.

Quali titoli di romanzi vi vengono in mente?
Ne cito due, per ora. Il primo, ingombrante e ineludibile, è il “Doktor Faustus” di Mann. Chiunque scriva di musica e di compositori con gli strumenti anche dell’analisi musicologica (applicata a composizioni immaginarie) deve fare i conti con Mann. È un romanzo-monstre, che disorienta, spaventa, schiaccia, ma è anche un incredibile capolavoro che forse oggi nessuno scriverebbe più, e soprattutto nessuno pubblicherebbe.
L’altro è quel gioiellino (così mi era apparso anni fa: dovrei verificare se mi suona ancora così) che è “Il soccombente” di Bernhard, che in Italia è stato pubblicato da Adelphi. Eccolo, il tema (che in musica viene così bene, pensate a Mozart e Salieri) del confronto tra bravura e genio – nel caso de “Il soccombente”, un talentuoso pianista crolla dinanzi al modello irraggiungibile di Glenn Gould. Irraggiungibile nel romanzo di Bernhard, è ovvio.
Però per me, per la stesura del mio “Rapsodia su un solo tema”, sono state importanti anche altre fonti scritte non letterarie: i Colloqui di Stravinskij con Robert Craft, innanzitutto (che possiedo in una vecchia edizione Einaudi), le “Cronache della mia vita” dello stesso Stravinskij, o i saggi di Luciano Berio (“Lezioni americane”, e “Intervista sulla musica”).
Ho già citato altrove “Le giornate di un compositore” di Vittorio Zago: prezioso libretto, che ci permette di entrare nel processo compositivo e creativo. E quel fondamentale saggio che è “Il resto è rumore” di Alex Ross (Bompiani), sulla musica e la vita musicale del Novecento. “Rapsodia” era già in bozze, quando il saggio di Ross è uscito in Italia, ed è stato confortante per me trovare sintonie con quell’opera oltretutto accattivante e divertente.

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