venerdì 23 luglio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 10: Ken Russell



Chissà che impressione mi farebbero oggi i film di Ken Russell che mi entusiasmavano quand’ero ragazzo. Pensavo allora che le biografie di artisti e musicisti a cui il regista inglese amava dedicarsi fossero l’unico modo, quello più vero proprio perché il meno filologico, di raccontare l’arte e la musica. Erano film frutto di grande documentazione allegramente buttata all’aria e filtrata e deformata da una fantasia prepotente. Russell mescolava melodramma, estetismi, musical, eccessi e freddezze, farsa e sublimità di tragedia, splendide originalità e convenzionalità corrive – e degli artisti raccontava la dedizione all’arte come un’ossessione totale, come una sublimazione autodistruttiva. C’era sudore, fatica in quelle vite, c’erano risate di scherno, incomprensioni, esaltazioni – e una discreta dose di sesso. L’artista era un uomo di fortissime pulsioni, dalla vita arruffata, dal pensiero veloce, dallo sguardo lungo, circondato da omarini mediocri o volenterosi quando andava bene, da ammiratori (ammiratrici) senza senno e detrattori illividiti. Così è per il Mahler de “La perdizione” (Mahler, 1974), per il Tchaikovsky de “L’altra faccia dell’amore” (“The Music Lovers”, 1971), per il Gaudier di “Messia selvaggio” (“Savage Messiah”, 1972) e, all’eccesso, per il Liszt di “Lisztomania” (1975). Mettiamo nel gruppo anche Tommy e Valentino, e, soprattutto, quegli altri musicisti e artisti a cui Russell ha dedicato sin dai primi anni sessanta telefilm e documentari (Elgar, Delius, Bax, Gaudi, Debussy…).
Non credo che “Rapsodia su un solo tema” abbia qualcosa di russelliano. Ma il ricordo di quei film intasati di dettagli e recitati con una mimica da pellicola dei tempi del muto deve avere interferito qua e là, in particolare su certe pagine della vita passata di Dvoinikov.

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