giovedì 19 novembre 2009

Bacon, ancora

L’occasione: un bell’articolo di Stéphanie Hochet apparso su “Libération” qualche giorno fa a proposito di Francis Bacon – in realtà, di un saggio di Franck Maubert pubblicato in Francia, “L’Odeur du sang humain ne me quitte pas des yeux”. L’oggetto della riflessione: la capacità descrittiva, anzi narrativa, di Bacon, o se vogliamo l’affinità – che sento forte, non pretestuosa – tra il modo del pittore di evidenziare certi dettagli lasciando sfocato il resto, e l’occhio dello scrittore, che si posa (l’occhio, come un’ape, o una mosca: ormai il discorso si colora irrimediabilmente di metafore) su questo o quel particolare di una persona, lasciando che una sorta di nebbia ricopra l’attorno. Quei dettagli, che in Bacon sono spesso anatomici – un orecchio, un naso, un ginocchio, un occhio – e talvolta appartengono all’abbigliamento – una cravatta, una montatura d’occhiali, un orologio –, talvolta infine emergono dall’ambiente chiuso come complementi d’arredo, quei dettagli, dicevo, sono caricati di senso – di sensi – proprio per l’accanimento da miniaturista con cui il pittore li delinea, li colma di colore, di pennellate lineari: rendono, quei dettagli, personaggio quella figura umana deformata e in posa, ci costringono a chiederci della sua vita ipotetica, a penetrare (attraverso quel naso, quell’orecchia, quell’occhio) nei suoi pensieri. Quell’orecchio vivo, nell’intrico di carni non definibili, ci è imposto con forza, con la forza di un orecchio raccontato più che descritto. La chiave d’accesso per penetrare nel mondo interiore – per provarci, almeno – dell’uomo che si contorce (e magari è solo in posa, un amico del pittore in posa, mica una vittima in agonia) è lì. E lo sguardo che si posa su quell’orecchio – o quell’occhio, o quell’occhiale – scegliendolo tra tutti gli altri dettagli è uno sguardo che opera per sintesi ed ellissi, come – necessariamente – quello dello scrittore.

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