sabato 7 novembre 2009

Letture: "Lingua ipermedia"


L’indagine di Giuseppe Antonelli sulla lingua dei narratori italiani dagli anni novanta a oggi (“Lingua ipermedia”, Manni, 2006) mette a fuoco, con l’oggettività che solo la linguistica riesce ad avere, alcuni fenomeni che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la scrittura in prosa in Italia. Intanto, colpisce – e deprime un po’ – il distacco dalla lingua letteraria, evidente ormai da qualche decennio: i modelli non sono più, o quasi più, rintracciabili nella tradizione verticale della prosa letteraria, universo chiuso, certo, impermeabile alle intemperie dei linguaggi contemporanei, ma proprio per questo stabile, durevole, meno soggetto alla precarietà e all’invecchiamento; i narratori di oggi li trovano nella parafrasi dei nuovi linguaggi, quelli della televisione, del cinema, di internet, della pubblicità, o nelle diverse coniugazioni possibili del parlato (dei parlati). La riproduzione di questi nuovi linguaggi sta portando nuovi ritmi e nuovi colori alla letteratura, come era capitato con il parlato e il dialetto nella narrativa neorealista, ma procede comunque per approssimazioni, per accumulo, per stereotipi. La lingua ipermedia è proprio questa, più media di quella media per sottrazione, o emula di quella dei nuovi media, oppure intasata per così dire di medietà.
Il vantaggio di un approccio prettamente linguistico al problema consente di riflettere sul rapporto verticale con la tradizione letteraria, ma anche su quello orizzontale con i linguaggi di oggi; sui tratti sintattici, morfologici e lessicali che caratterizzano la ricerca di una nuova espressione narrativa non letteraria; sulla relazione tra scelta linguistica dell’autore ed effetto sull’orizzonte d’attesa del lettore; sul concetto di postmoderno applicato alla narrativa.
Che poi questo approccio sia rigoroso ma non freddamente oggettivo lo dichiara lo stesso Antonelli, e lo dimostra nell’esame, non privo dell’apporto di un gusto personale, delle voci di diversi autori di oggi.

Non è detto che uno scrittore debba ragionare in termini linguistici sulla propria scrittura – ci sono appunto i linguisti per questo. Però prendere coscienza della varietà delle scelte stilistiche di oggi, della relazione tra scrittura, linguaggi e tradizione, della natura dei propri mezzi espressivi, diventa fondamentale, soprattutto – mi viene da chiosare – in un panorama come quello di oggi, in cui sembra di assistere a un appiattimento verso forme e formule standardizzate, al dilagare di una koinè tutta orizzontale (di nuovo), fatta – ma qui sono io a dirlo – di perdite e di approssimazioni.

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