domenica 1 novembre 2009

C'è musica e musica

(Rileggendo la nota precedente, constato che vi è qualcosa di ingenuo, nella mia sofferenza di fronte ai compromessi e alle viltà dei compositori del Novecento, o alle loro ambiguità – come se ritenessi il comporre un atto superiore alle bassezze della quotidianità, un ergersi, eroicamente libero per natura, dinanzi alla volgarità di ogni potere coercitivo. Questa visione romantica – in cui talvolta casco ancora – ha un’origine precisa: il ricordo delle puntate di “C’è musica e musica” di Luciano Berio, che vidi in televisione da ragazzino: lì comparivano i compositori di diverse generazioni del Novecento, solidali come le leghe dei supereroi dei fumetti che da bambino avevo adorato. Li vedevo davvero – i musicisti – come eroi dei nostri tempi, maestri di un linguaggio ostico, che sfidavano le piatte convezioni delle masse alla perenne ricerca di nuove strade di espressione artistica. Ad alimentare questa impressione forte ed eccitante c’erano anche quella collana sterminata di dischi 33 giri della Fratelli Fabbri, “La musica moderna”, che da Reger a Stockhausen e oltre testimoniava le avventure di un mondo orgogliosamente fertile, e il Terzo Canale radiofonico di una volta, tutto musica, privo quasi di parlato, nel quale mi immergevo per ore. Astraendo, mi pareva che quei musicisti vivessero o fossero vissuti d’aria, puri come anacoreti, disinteressati alle cose del mondo, indifferenti al danaro, orgogliosi con la committenza, prometeici con il potere. Certo, le cose non stanno così – e Berio, l’ho scoperto dopo, riguardando le repliche di quelle stesse puntate di “C’è musica e musica”, aveva anzi voluto mostrare l’impegno, la combattività politica, la socialità anche, dei compositori, ma io non me n’ero accorto. E mi sfuggiva anche il problema di fondo, il non rimarginabile scollamento della musica colta con la società – o meglio, non mi sfuggiva ma lo ritenevo un motivo di vanto, non appunto un problema.
Per tornare a Ross e alla questione da cui sono partito, mi consolo pensando che la grandezza delle opere non è incrinata dalle piccolezze di chi la compone o la esegue. Certo, per dire, la sbandata nazista di Webern addolora, più della stupida morte che ha interrotto il suo percorso artistico, ma in fondo non leggiamo Hamsun o Céline o Pound nonostante le loro posizioni ideologiche, anche se non rinunciamo a farci domande sulle ragioni di queste ultime – e nonostante certe goffe strumentalizzazioni della neodestra di oggi? E non siamo indulgenti con le opere di, che so, Cocteau o Bontempelli o altri che hanno suonato la grancassa per il regime dominante o sono venuti a patti con gli occupanti?)

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