lunedì 2 novembre 2009

Letture: Chessex


La raccolta di ritratti più sorprendente che mi sia capitato di leggere è “Les têtes – portraits” di Jacques Chessex (Grasset, 2003). In quelle pagine, l’oggetto dell’attenzione dello scrittore svizzero è proprio la testa, il cranio, l’erma che ognuno di noi si porta sul collo, e che nelle pagine dello scrittore svizzero sembra vivere una vita propria, indipendente dal busto su cui si appoggia. «Les têtes que j’aime, ou que j’admire, qui me retiennent, sont des têtes à vieille histoire» annota Chessex nella prefazione. E più avanti : «J’ai la curiosité des têtes. Regarder vieillir, regarder mourir les têtes comme on surprend des scènes de haine, de folie, de désir, scènes de trouble, scènes sexuelles. Sortez, dansez les têtes sur la fenêtre précaire des vivants!». Per descriverne poeticamente l’autonomia rispetto al corpo, l’unicità, la pregnanza, Chessex ricorre a metafore prese dalla mineralogia, dalla botanica, spesso dalla biologia animale e dalla paleontologia – talvolta, più semplicemente, le apparenta a sculture antiche, talvolta molto antiche, a maschere, a mascheroni. Ne coglie le analogie con crani di mammiferi e uccelli, come nelle caricature di un tempo e nella favolistica, ne studia il comportamento con lo sguardo del surrealista, porta alle estreme conseguenze la fisiognomica classica con un piglio alla Beckett. Le vede come organismi indipendenti riemersi dalle tenebre, i cui tratti antidiluviani sono sopravvissuti alla selezione naturale – sembra di vederle vagare nello spazio, spesso, folle di teste plananti, come in sogno. Tra queste, molte appartengono (appartengono? O non è piuttosto il contrario?) ad amici, a scrittori o ad artisti: lo studioso Gilbert Guisan ha la testa di corvo, Charles-Albert Cingria reca sul collo una cucurbitacea, e fin qui il gioco è piuttosto semplice, arcimboldesco; ma i ritratti di Alain Robbe-Grillet, James Baldwin, Balthus sono assai più complessi, intricati, crudeli anche – quello che leggo di Baldwin lo è, senza vergogna.
In molte di quelle teste, Chessex coglie le tracce della morte – o meglio, ne interpreta l’aspetto come metafora visibile della morte. In tutte, sfogliandole come vecchi libri, nota il lavorio del tempo.

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