domenica 8 novembre 2009

Sintonie: Guido Conterio, "Fosca bis"


Nel suo nuovo romanzo (“Fosca bis”, Mobydick, 2009) Guido Conterio torna a far recitare la sua compagnia di caratteristi malinconici e quietamente dandy (qui si chiamano Imbonati, Bartoldi, Settembrini, Plissé, Fontinazzoli…), amanti dei piccoli piaceri, delle passeggiate, di conversazioni capziosette e sempre più simili a incastri di monologhi che a veri e propri dialoghi. Questa volta, gli spazi si dilatano da Milano a Bari o giù di lì, e i tempi lambiscono la fine del nostro secolo, una fin de siècle che si direbbe appena uscita da una profonda crisi chiamata Épuisement (che forse è già la nostra epoca, accidenti) e che sembra già sfociare in un’altra irrimediabile crisi. Conterio immagina un futuro che non è postmoderno, ma la parodia perfida del postmoderno, ricreata con i cascami della tecnologia ottocentesca, manate ironiche di reminiscenze letterarie, certi rimasugli dell’immaginario protonovecentesco e un tot di fantascienza, ma di serie B, e impedisce al tutto di funzionare, lo ricopre di polvere e untume, lo costringe a cilecche continue, lo abbandona all’incuria.
Qui, in questo mondo in rovina, che però (o proprio per questo) si aggrappa a convenzioni rassicuranti, a un galateo d’altri tempi, l’autore trasferisce quella che grosso modo è la vicenda della “Fosca” di Tarchetti: cambiandone sì dettagli, nomi (tranne il suo, Fosca, la femme fatale sul cui corpo si vede la morte all’opera) e altra minutaglia, ma mantenendo l’essenza, i ruoli dei personaggi e i momenti clou, compreso, che so, il duello finale. Detto questo, la contemplazione di Conterio è più crepuscolare che scapigliata (ma quanti scapigliati coltivavano una stanchezza già crepuscolare nel vivere!): ma forse è ancora più bufaliniana che altro. Ugo, il protagonista, è seguito dal suo autore con affetto insieme trasognato e trepidante: i due si somigliano, per certi versi, nel temperamento, nello sguardo sul mondo: da qui quell’oscillare tra il passato di Ugo (che in realtà sarebbe un futuro rispetto a noi che leggiamo) e il presente del narrante, tra l’egli e l’io, tra il dentro e il fuori.

Rispetto ai romanzi precedenti, qualcosa è successo: in “Nirvana Falls” e in “Città caffè” erano ostinatamente perseguiti un bisogno di quiete, di pace, un’idea di letteratura come garanzia di difesa dagli orrori e dallo schifo della realtà, come rifugio pulito, sereno, ordinato. In “Fosca bis” questo bisogno continua ad esserci, ma qualcosa sembra essersi inceppato, perché il mondo raccontato si incrina, si deturpa, si macchia di secrezioni, si ammala, comincia a puzzare. E quanto più Ugo e il suo autore inseguono quell’armonia da paraolimpo, se vogliamo anche un filino sonnacchiosa, tanto più spalancano porte sul dolore, sulla malattia, sulla vecchiaia (no, anzi, proprio sulla decrepitezza), sulla morte, e provano allora a coniugare l’atarassia agognata con l’esercizio del disgusto. “Il mondo lui (Ugo, cioè) lo conosce lavato e stirato dalla letteratura, che, come essa per prima sa, è una tata laboriosa ma alle volte un tantino reticente. Lui si aspettava eccome di trovarci brutture, ma mica così addensate; e demoralizzanti” (p. 116). A parziale conforto, ecco la pratica di una carnalità vorace, umorosa, umida e a tratti quasi lurida, che viene ora studiata ora assecondata, e che si carica via via anch'essa di tratti lugubri.

Conterio è cosciente di superare con “Fosca bis” la soglia del decoro e di rovistare nell’inappropriato, di rimestare nel nauseabondo: lo fa ricorrendo a una lingua di capriccioso rigore nel flusso e nel ritmo, e di vivida ricchezza nel lessico, una lingua tutta contrasti, spinta in basso più del solito e con una voluttà che talvolta stordisce. Che quest’operazione non sia un puro esercizio di stile lo suggerisce il fondo di autentica sofferenza che si sente sotto il virtuosismo delle parole: sofferenza per com’è il mondo, com’è la vita, come si riduce il nostro corpo. A questo punto anche appropriarsi della scapigliatissima “Fosca” assume il significato di una scelta in un certo modo obbligata.

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