venerdì 6 novembre 2009

Musicisti sintetici


Trovo al Museum für Modern Kunst di Berlino due opere che presentano qualche sintonia con pagine del mio prossimo “Rapsodia”.
Il primo è un olio di Iwan Puni, “Musicista sintetico”: a colpire è lo sguardo compassato, la nonchalance velata di stanchezza dell’uomo con i baffetti, il suo adattarsi a far parte dell’intrico di superfici geometriche e strumenti stilizzati. L’uomo con bombetta, guanti, ghetta e cravatta rimanda a un’epoca (il dipinto è del 1921) in cui il rivoluzionario in arte non dimenticava il bon ton, il ribelle passava sempre del tempo nel boudoir prima di uscire a fare la rivoluzione. Anche i futuristi italiani, da qualche anno, amavano portare scompiglio a teatro senza mai lasciare a casa bombette e cravatte, senza mai dimenticarsi di curare i baffetti: ma l’omino di Puni ha un che di sognante, sonnolento anzi, che me lo rende più simpatico: come se si fosse addormentato, dopo una serata in società, stringendosi al petto i suoi giocattoloni preferiti, e ora camminasse nel sonno, con quei giocattoli scompigliati addosso.
L’altra opera, di Wladimir Wassiljewitsch Lebedew, è una scultura senza titolo, ma è conosciuta come “Strumento musicale sintetico”. In essa, è lo strumento stesso a farsi figura umana: l’analogia, piuttosto elementare, tra forma di uno strumento a corda e sagoma umana suggerisce all’autore una silhouette di strumento con cappello e monocolo, in cui forme geometriche essenziali e materiali poveri e variamente colorati rimandano a dettagli anatomici o dell’abbigliamento (Ma di questa, purtroppo, non ho trovato nessuna riproduzione).

In queste opere, ho riconosciuto il fermento di idee, il rimescolio di linguaggi e di stili, il senso rivoluzionario dell’arte così come lo ha vissuto Rafail Dvoinikov nei suoi primi anni di compositore.

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