mercoledì 6 agosto 2008

Citazioni in esergo - seconda parte

Più laboriosa è stata la ricerca per “Le larve”: volevo che tre dei leit motiv (nel senso proprio wagneriano del termine) che innervano il secondo romanzo avessero un loro riferimento, e che fosse un riferimento lontano dalla letteratura gotica, o di genere, per suggerire che si tratta di un romanzo irrorato sì di suggestioni compatibili con il gothic novel, ma che in sostanza finge di essere gotico. La prima citazione,
“ She never told her love,
But let concealment, like a worm i’the bud,
Feed on her damask cheek”
è stata la più facile. Avevo già notato l’avventuroso concetto di Shakespeare all’inizio di “Con un ascensore nel cuore” di Valentina Pirovano, dove suggeriva un tono sopra le righe che il romanzo avrebbe esplicato nell’ambito del rosa brillante: a me quei versi, che preferivo nell’originale, sembravano perfetti per sottolineare l’amour fou, corrosivo, distruttivo, e recuperare allo stesso tempo il tema dell’insetto, bruco o verme, e intrecciarlo da subito con il primo, la passione devastatrice, che il mio romanzo avrebbe praticato attraverso altre vie, sviluppando altri legami simbolici.
Il tema del conflitto padre-figlio (conflitto di potere, innanzitutto) mi ha spinto dapprima a rovistare tra i versi della “Teogonia” di Esiodo, là dove si racconta l’evirazione di Urano ad opera di Crono. Scartata da subito l’idea di citare l’originale greco, che mi sapeva di supponente, e varie traduzioni che non mi sembravano confacenti, ho ripiegato sul compassato rifacimento di Poliziano, che ha il pregio della reticenza sui dettagli più crudi presenti nel testo originale:
“… e colla falce adunca sembra
tagliar del padre le feconde membra”.
Il tema del doppio, infine, così connaturato al fantastico, e alla letteratura gotica, così praticato anche in seguito e in tutti i modi, fino all’abuso, lo ammetto, al luogo comune, alla deriva citazionistica, mi ha fatto scartabellare più degli altri: ma nessun autore, anche degnissimo e altissimo capitatomi tra le mani, ha saputo concentrare in poche parole l’angoscioso stupore, la vertigine metafisica di quella famosa frase dal “William Wilson” di Poe, “... and his singular whisper, it grew the very echo of my own”, in corsivo già nell’originale, che rimasi indeciso se presentare nella preziosa traduzione di Manganelli. Quella di Poe è stata una scelta più inevitabile che ovvia: perché rassegnarsi a citare un epigono magari sussiegoso o approssimativo, quando una fonte così classica sapeva esprimere in forma tanto precisa e definitiva quello che mi serviva?
(All’inizio dell’inedito “Folco”, la cui stesura precede “Nora”, e che mescola body art, adolescenze lacerate, giochi di coppie e creature malinconicamente lovecraftiane, la citazione in esergo è tratta dallo “Stefanino” di Palazzeschi: “Si può sapere un mostro che cos’è?”. A volte penso che sarebbe il caso di pubblicare il romanzo solo per la strana bellezza di questa citazione).

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