
Verne fa sentire il peso straordinario delle masse d’acqua e di roccia soprastanti, gioca con i pieni e con i vuoti, con luci e tenebre, altera il concetto del tempo, dilata gli spazi, regala un senso incombente di sorpresa e di minaccia. (Certo, è curioso che l’episodio della lotta tra i due mostri preistorici marini, che copre soltanto un paio di pagine del capitolo XXXIII, e che nella mia percezione giganteggiava su tutto il resto, da un punto di vista strettamente quantitativo scompaia di fronte ai primi diciassette capitoli, in cui i personaggi sono ancora all’esterno del vulcano e del mondo sotterraneo: ma di questo parlerò un’altra volta e altrove).
Ho voluto lasciare un timido omaggio a questo romanzo di Verne nel capitolo Venti de “Le larve”: «Poso le mani sulle pareti terrose e umide, per rinfrancarmi a quel gelo. Ho spento quasi subito la lampada, e procedo nel buio assoluto, orientandomi con l’olfatto e l’udito e altri sensi che gli uomini non usano. Come facevo quand’ero fanciullo, rincorro ratti e altre creature, che sembrano stare al gioco e non si precipitano troppo velocemente in anfratti dove non potrei raggiungerli.
Giungo a un bivio; dal lato destro, le profondità del cunicolo mandano un sordo rumore di acqua corrente; dall’altro, il più totale silenzio. Tastando il lembo di parete di pietra che divide le due diramazioni, avverto sotto i polpastrelli un’incisione in cui riconosco, stilizzate, le iniziali del nonno. Anch’egli, come ho sempre immaginato, molto tempo prima di me è penetrato – e al buio, come una di quelle creature cieche delle grotte che mai vedranno la luce e perciò non hanno bisogno d’occhi (…).
La scoperta di quel suggello del nonno mi fa vacillare: percepisco d’improvviso il ristagno della sua presenza, soffocante più dell’aria morta. E torno sui miei passi.»
In modo analogo, Axel e il professor Lindenbrok sono guidati nel loro viaggio dalle iscrizioni in caratteri runici del nome di Arne Saknussemm.
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