venerdì 1 agosto 2008

Qualche appunto su "Le larve"

Ho scritto “Le larve” nel corso di tre anni, dal 2002 al 2005, a partire da alcune situazioni chiave da cui è derivato tutto il resto: la presenza di larve di maggiolino (di melolontino, com’è chiamato nel romanzo), la persistenza di un nonno tirannico, minaccioso anche da morto, la figura di un doppio del protagonista, che ne amplifica o ne altera caratteristiche. Ho raccolto per tre anni pagine e pagine di immagini, narrazioni, dialoghi, lasciando che un po’ alla volta si creassero delle connessioni tra le situazioni, una geografia attorno, dei rimandi, degli sviluppi, senza preoccuparmi di stabilire un intreccio cronologicamente solido. Come in sogno – “un lungo sogno minaccioso” dico nelle prime righe – ho concesso a ripetizioni ossessive, sdoppiamenti di figure, dettagli e congiunture, ellissi e sfocature, di brulicare nelle pagine; ho unito l’indeterminatezza dei sogni all’osservazione ossessiva degli aspetti più minuti della realtà. Senza preoccuparmi del valore simbolico delle figure che andavo utilizzando, ho proceduto per accumulo, mescolando le convenzioni della letteratura di genere con l’inaspettato (anche per me).
Molti personaggi del romanzo sono figure “liminari”, che vivono in una condizione di indeterminatezza, negli interstizi tra realtà e sogno, o tra vita e morte, in una posizione irrisolta, contaminata, in perenne tensione tra ordine e caos. Appaiono, scompaiono, ritornano all’improvviso, agiscono secondo pulsioni misteriose, come i revenant à la Hoffmann.
Ne è venuto fuori un romanzo oscillante, sovraccarico, volutamente vago nei riferimenti storici e geografici, che sembra, più che l’affresco di una società, quello di una mente, e che può far pensare anche, a momenti, all’esemplificazione di una teoria sulle passioni e sugli istinti.
Ho avuto presenti alcuni modelli: tra i meno antichi Landolfi, sempre e comunque, Géza Csàth, scoperto tardi ma sentito subito come una sorta di forte influsso retroattivo, e determinante nella lunga fase di revisione. Certi eccessi della trama, certi colpi di scena non di prima mano, vengono da reminiscenze della narrativa d’appendice ottocentesca; altre convenzioni sono mutuate dal romanzo o dal racconto gotico, da Hoffmann appunto, dal Gotthelf del “Ragno nero”. Non sono modelli recenti, il che mi ha fatto sentire talvolta sfasato di uno o due secoli rispetto alla mia epoca, ma almeno sono modelli “alti”, che rispetto agli emuli attuali del gotico garantiscono una straordinaria freschezza di invenzione e soprattutto una impeccabile tenuta stilistica e linguistica – il soprannaturale nasce dal linguaggio, avrebbe commentato, credo, Todorov. E come in un romanzo gotico a cavallo tra settecento e ottocento, l’io narrante indaga in sé e negli altri l’inclinazione al male, l’attrazione del nulla, le passioni, gli impulsi e le emozioni, e cerca così di distaccarsene, secondo un approccio illuministico che tenta di dominare l’oscuro, il morboso, il pittoresco, l’onirico, lasciandosene però attrarre e perdendovisi.
Forse proprio per bilanciare la deriva verso il nulla o il peggio dei personaggi delle “Larve” ho inserito la figura del figlio del protagonista, un bambino giudizioso e privo di cattiveria, e ho immaginato, pur nella sospensione, un finale in un certo modo positivo, in cui anche l’io narrante pare cedere al senso morale del figlio, pare se non altro incuriosirsi e farsi conquistare dalla diversità di quest’ultimo.
Rispetto a “Nora e le ombre”, ho privilegiato atmosfere e temi che nel romanzo pubblicato nel 2006 erano limitate alla parte ottocentesca della storia; ne ho recuperato in parte l’ambientazione, il palazzo signorile isolato in una campagna non priva di desolazione; ho invece indagato paesaggi mentali maschili, amplificati dalla scelta di far raccontare tutto a un io narrante. Come in “Nora”, gioco sull’alternanza di passato e presente, sul tema del conflitto (qui tra padri e figli e tra classi sociali); e impiego divagazioni, sospensioni, ellissi. Continuo a pensare che in letteratura non sia necessario spiegare e giustificare tutto, e che anzi talvolta il non detto sia più forte e importante del detto, il sottinteso dell’esplicitato, il casuale del programmato, la deriva del rigore, la divagazione della tenuta dell’intreccio, l’attesa della soluzione. A governare questo groviglio di situazioni, a dare unità e coerenza, a controllarne la tenuta, è necessario uno stile sorvegliato e attento alle sfumature. Credo che una lingua precisa, lessicalmente ricca, sintatticamente complessa, dia la misura della complessità del mondo, e allo stesso tempo permetta di indagarne i dettagli, di insinuarsi nelle pieghe nascoste, illuminarne i profili, proiettarne le ombre: essa dà, se non altro, l’illusione che l’intrico caotico di cui è fatta la realtà sia governabile, che sia possibile dar senso, attraverso la scrittura, all’insensato.
È una lingua esigente, che costringe a un’attenzione continua chi scrive, non solo chi legge: non tollera sviste, abbagli, impone il ricorso al dizionario, costringe a indagini lessicali, produce un certo grado di sofferenza, o almeno di esasperazione. Scoprire che ricorrevano, in una stesura intermedia del romanzo, con frequenza insolita le parole “minaccioso”, “d’improvviso”, “insopportabile” con i rispettivi campi semantici mi ha reso cosciente di tre costanti che attraversano la storia (e, temo, il mio modo di intendere la vita, di sospettarne il sottotesto tragico), ma mi ha anche spinto a lavorare di lima, a sostituire, a smussare, a dissimulare, per evitare che tutto fosse troppo chiaro, o che sapesse di programmatico. Lo stesso mi era capitato, nella revisione di “Nora”, con il termine “incongruo”: tutto era “incongruo”, inaspettato, fuori posto, dissonante, inadeguato, a partire dai gesti e dalle parole della protagonista, comicamente o dolorosamente incongruo. E anche per “Nora”, avevo proceduto a un drastico insabbiamento del termine, in modo che emergesse solo a volte, quando proprio non se ne poteva fare a meno.

“Le larve” è un romanzo materialistico, non esoterico: anche la figura terribile del nonno può essere ridotta a un caso clinico di licantropia, e il suo influsso da morto a una fantasticheria dei vivi, dovuta alla suggestione, o, nel caso, del protagonista, alla creazione di un alibi a giustificazione di crimini e di ossessioni. Tutti gli eventi misteriosi possono essere ricondotti a fantasie infantili scambiate per ricordi, o a sogni particolarmente vividi. Non c’è mistero ne “Le larve”, in questo senso: ce n’è, e molto, invece, nelle pulsioni umane, nelle reazioni emotive, nelle relazioni tra gli uni e gli altri. C’è mistero nei silenzi del racconto, nelle ellissi e nella citata indeterminatezza temporale e spaziale: ma non vi compare nulla (come, d’altro canto, in “Nora”) che non possa essere spiegato.
Se il bene assoluto sembra non esistere nel romanzo, non esiste nemmeno il male assoluto: entrambi sono derisi, smontati, rivoltati come calzini. C’è solo materia, vita e morte, terra, acqua, aria, decomposizione, masse atomiche. Di questo, credo, siamo fatti, nelle nostre manifestazioni più elevate come in quelle più basse: atomi, reazioni chimiche, impulsi elettrici.

1 commento:

Luca Dipierro ha detto...

Atomi, già. La penso esattamente come te Claudio. Epppure la letteraura squarcia questo tessuto di atomi che è il tutto e ci fa dubitare anche della materia.