domenica 3 agosto 2008

A proposito di "Nora e le ombre" - un'intervista mancata, prima parte

1. Nel suo romanzo "Nora e le ombre" si parla di religione. Qual è il suo rapporto con la religione cattolica o con le altre religioni?
Qualcosa ancora mi affascina del cattolicesimo (nella ritualità, probabilmente, e nella sottigliezza retorica di certe riflessioni dottrinali), ma sento ormai tutta la distanza rispetto a quel mondo e a quei valori. In generale, mi pare che la religione riesca ancora a soddisfare certi bisogni spirituali di molti, ma che sia scollata dalla realtà in cui viviamo – l’unica realtà di cui possiamo essere sufficientemente certi.
Nora è un’insegnante di religione piena di dubbi sulla sua professione, sulla fede, su se stessa in quanto moglie e madre, su Dio; la sua indagine sul miracoloso potere di intercessione di Aurora, la fanciulla dell’ottocento che pregava per le anime del Purgatorio, invece di aiutarla a sciogliere i suoi dubbi glieli rende ancora più forti. Aurora e le ombre in effetti danno vita a un crudele paradosso: sono tutte creature abbandonate da un Dio assente o distratto a una deriva di cui non si intravede la fine o il senso. Per alcuni lettori di fede, comunque, l’etica del sacrificio di Aurora, portata all’estremo, è risultata meno disturbante del fondo di scetticismo con cui si dà conto dei dubbi di Nora. Per me è stata una sorpresa.
In definitiva, oggi mi sento serenamente pessimista e giudiziosamente scettico, soprattutto se sono di buon umore.
2. "Nora e le ombre" è un romanzo autobiografico?
Direi di no. Solo alcuni ricordi d’infanzia di Nora sono miei, alcuni pensieri. Per il resto è invenzione o rielaborazione di vicende che non ho vissuto e a cui ho assistito di lontano. Nemmeno l’ambiente scolastico che ho descritto assomiglia a quello in cui lavoro. E conosco molto adolescenti introversi e tormentati, ma nessuno così cupamente irrisolto come Isacco, per fortuna. La mia vita coniugale non assomiglia per niente a quella di Nora. Ho voluto insomma misurarmi con personaggi che non mi assomigliavano, ho cercato il distacco con la materia che andavo narrando.
Di mio, lo ammetto, c’è lo sguardo ironico, il timbro di voce del narratore. E una certa propensione a indugiare in dettagli – come dire – inappropriati della vita.
3. Cosa rappresentano per lei le ombre?
Le ombre del titolo sono prima di tutto quelle che tormentano Aurora e la forzano a pregare. Sono creature egoiste, sempre più crudeli, profondamente assurde (mi verrebbe da dire “incongrue”, se non fosse che mi sono ripromesso di usare il meno possibile questa parola, visto che mi viene così spontanea). Ma le ombre sono anche le zone oscure della vita di Nora e di ogni altra figura del romanzo. Sono i personaggi farseschi e infantili, soprattutto maschili, che si agitano attorno a Nora. Le ombre rimandano anche al lento, crepuscolare digradare verso il peggio. Nel titolo, le presenze che ossessionano l’una e l’altra sono unite: è un invito a trovare un filo, per quanto sottile, tra le due storie.
4. Secondo lei come è cambiata la famiglia oggi?
Non rimpiango le famiglie di una volta, dai ruoli irrigiditi, dominate dal senso del dovere, da un’idea soffocante di rispettabilità, da una visione gerarchica dei rapporti. Quanto all’oggi, mi limito ad osservare il cambiamento in mille direzioni della famiglia. È una varietà che mi piace. In “Nora” racconto sì lo sfilacciarsi dei rapporti tra marito, moglie, figlio (e, già che ci siamo, amante della moglie), le incomprensioni, il crescere di rancori sordi. È un naufragio che amplifica quello di ogni singolo familiare (e, a pensarci bene, di molti altri personaggi), ma che non corrisponde a una mia tesi sulla fine della famiglia-tipo. È la famiglia di Nora a sfaldarsi. Su tutte le altre non mi pronuncio.
(Si tratta di un'intervista rilasciata a Rossella Saluzzo, risalente agli inizi del 2008 e mai pubblicata)

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