mercoledì 6 agosto 2008

"Le larve": un po' di rassegna stampa

"Commistioni inquietanti e amicizie pericolose"
La metafora evocata dal titolo si spezza subito, nella prima pagina del romanzo "Le larve" di Claudio Morandini (Pendragon editore, 227 pagine, 14 euro). Le larve sono quelle dei maggiolini, chiamati con il nome scientifico di melolontini, ma anche le persone che si insinuano, crescono nell'ombra nutrendosi della vita degli altri, per poi uscire allo scoperto e rosicchiare apertamente ciò che hanno già minato alla radice. La scelta stilistica dell'aostano Morandini, a 48 anni al suo secondo romanzo dopo "Nora e le ombre", richiama prose celebri ma senza tentare di imitarle: c'è la presenza inquietante del nonno/padre con abitudini da licantropo, il presunto vero padre frequenta amicizie pericolose e l'amico è vampiresco nel mescolarsi al protagonista in un inquietante scambio di identità, mentre le presenze femminili muovono l'immaginario pur sembrando passivi oggetti di desiderio. Larve, sanguisughe, vermi si nascondono nell'acqua putrida o nella terra grassa, vengono scavati dal protagonista, seviziati dall'amico Saverio, presenza ingenua che si carica senza volere di colpe non sue. L'unico immune da questa follia collettiva, che si consuma nel palazzo della ricca famiglia, è l'ultimo nato, l'unico che sia con certezza figlio dei propri genitori.
(Elena Meynet, nella rubrica "Editoria" sulle pagine de "La Stampa" di martedì 15 luglio 2008)


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Un romanzo denso, al confine tra realtà e sogno, in cui s'intersecano vari generi ed echi letterari: da Landolfi a Géza Csàth, dalla narrativa d'appendice ottocentesca al romanzo gotico, a Hoffmann e Gotthelf, dalla saga familiare a un racconto di fantasmi. Una vicenda giocata tra passato e presente, l'ingombrante figura di un nonno tirannico, minaccioso anche da morto, una tetra tenuta tra campagne, boschi, fiumi melmosi e paludi, un io-narrante e il suo doppio, un omicidio, Lucifero, serve-amanti e un bambino dal candore disarmante. Un romanzo legato alla terra che si nutre di pulsioni primitive e di personaggi che strisciano come ombre inquiete e inquietanti. Le pagine stesse sembrano pulsare sotto le mani del lettore che rimane anch'esso, come il protagonista, incatenato e affascinato dai meccanismi del male pur provandone disgusto e ribrezzo, ma senza riuscire a distaccarsene. È una scrittura colma, traboccante e precisa, sintatticamente complessa, che indaga gli anfratti dell'essere e del caos. Il risultato, come dice l'autore stesso, è "un romanzo oscillante, sovraccarico, volutamente vago nei riferimenti storici e geografici, che sembra, più che l'affresco di una società, quello di una mente, e che può far pensar anche, a momenti, all'esemplificazione di una teoria sulle passioni e sugli istinti".
(Stefania Celesia nella rubrica "Fruscio di pagine – Novità e curiosità in libreria" sulla Gazzetta Matin di lunedì 14 luglio 2008)

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