lunedì 18 agosto 2008

"Le larve" - Le fonti, 4


In un romanzo come “La pianista e i lupi” di Hella Haasse ho trovato, ad un livello più immediato, il potere evocativo di pagine dedicate a nebbie, cime di abeti agitate dal vento, sentieri tortuosi che si perdono tra gli intrichi dei boschi – ma meno di quanto ci si potrebbe aspettare in un libro pubblicato da Iperborea.
Ad un livello meno legato alle suggestioni naturali, il testo della Haasse mi ha confermato il gusto delle sospensioni, il fascino delle “esitazioni” (nel senso che Todorov precisa ne “La letteratura fantastica”), dei personaggi ma anche di chi scrive, e di conseguenza di chi legge. È uno strano romanzo che volutamente non risponde a tutte le domande che sorgono nel corso della lettura, e ad alcune domande finge solo di rispondere, in realtà insinuando altre domande; mescola un senso profondo della natura e lo fa confliggere con la civiltà; dà dei personaggi informazioni che ne rendono la complessità, l’incoerenza, ma non chiariscono. E ne fa degli eccentrici, colti da smanie di dissimulazione, da necessità di modulare la realtà a loro piacimento. Miscela, con grande libertà, mitologie antiche o presunte tali (i lupi, antichi riti pagani), e suggestioni contemporanee non banali (la professione di pianista della protagonista Edith Waldschade e l’amore per i lupi ricordano troppo da vicino Hélène Grimaud, per essere una coincidenza). Lavora sull’effetto profondo che ancora oggi, a noi lettori disincantati, provocano figure sfuggenti e minacciose come i lupi.

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