mercoledì 27 agosto 2008

Domande - 2

Rispondo alle altre domande di Alessio Elia (v. post del 15/8/08).
L’io che narra perché scrive quello che vuole raccontare?
Scrive (o racconta) appunto per comunicare una sorta di capacità di dominare il caos, o almeno di non farsene travolgere. Scrive anche per giustificarsi, per crearsi un alibi, per rendere sopportabile (a se stesso prima di tutto) ciò che ha compiuto, per confondere le acque. Non cerca la verità, ma una o più verità possibili, in cui i suoi impulsi più profondi e negativi siano descritti come forze esteriori, costrittive, e le sue colpe come colpe di qualcun altro che è la sua stessa proiezione.
Chi scrive si misura sempre con questa straordinaria potenza manipolatoria della parola: è un potere che lo scrittore esercita sui suoi personaggi, sugli spazi, sul tempo, ma che anche i personaggi sperimentano, quando si dà loro voce diretta. In sostanza, l’io narrante ricostruisce a sua misura, e con un certo compiacimento, tutta la sua vita, e parlando di sé presenta un paesaggio interiore maschile fondato sulle divagazioni, le ellissi (e le iperboli, anche, certo), e varie altre strategie retoriche. Facciamo tutti così, credo, scrittori o meno. E davvero la voce del mio io narrante può ricordare in questo la voce di uno scrittore.

Se l’io che narra non è lo scrittore, e quello che scrive non è da lui dunque vissuto, allora chi è? E perché scrive?
Non so chi sia davvero. So a chi assomiglia. L’ho visto crescere pagina dopo pagina, revisione dopo revisione. Un po’ alla volta la sua versione dei fatti ha preso il sopravvento, costringendomi a rimarcare le differenze (a me stesso, ai miei lettori). Dal momento che ho costruito il romanzo procedendo per accumulo, e poi per collegamenti, senza una scaletta, uno schema iniziale, non ho potuto far altro che lasciare che questa sua voce conducesse il gioco. Non vi sono altre voci nel romanzo, a parte le sequenze dialogate, che in ogni caso sono riportate sempre da lui, dalla sua voce. Per questo forse sembrano esprimersi tutti allo stesso modo.
Scrive (o parla) perché questo gli dà la possibilità di vivere: e perché la sua volontà di potenza (pardon) si esplica per lo più attraverso la parola, in un mondo fatto di parole, attraverso il controllo della molteplicità di sensi delle parole, attraverso lo sfruttamento a suo vantaggio dell’ambiguità stratificata delle parole.
Anche a me sono venute queste domande: perché l’autore lascia parlare questo personaggio, e non altri? Come sarebbe stata la stessa storia raccontata da Saverio, o da Vittoria, da Aldina, o dal figlio bambino? Perché, soprattutto, lo lascia mentire, senza intervenire? È d’accordo con lui, o no, e in questo caso spera che si noti?
Posso solo rispondere che ho scelto il personaggio più ambiguo e simulatore, e l’ho lasciato parlare e agire (parlare, soprattutto): regalandogli pensieri miei, ma anche immaginando i pensieri di qualcuno molto diverso da me, o tendendo agli estremi i miei pensieri. Misurarsi con la mente di personaggi molto diversi rappresenta una sfida piuttosto eccitante per uno scrittore, assai più gratificante, credo, del raccontare di sé.

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