venerdì 15 agosto 2008

Considerazioni e domande di un lettore su "Le larve"

Ecco le righe che mi ha scritto Alessio Elia, compositore, amico, colui che mi ha fatto conoscere ed amare i racconti e il diario di Géza Csàth.
"Innanzitutto sono rimasto molto felice di ritrovare il tuo inconfondibile uso della lingua italiana.
Ci sono altri scrittori in Italia che se ne servono in modo così pregevole, raffinato e ricercato ma allo stesso tempo senza alcun sentore di affettazione?
Domanda retorica, ovvio.
Da musicista ritrovo nel tuo modo di esprimerti il ritmo cadenzato della parola di un linguaggio parlato colto, una lingua cesellata fin nel dettaglio che mai tradisce però il certo lavorìo che v'è sotto.
Di un' "immediatezza meditata" che coglie il presente nel suo rendersi incarnazione di un ricordo passato o presagio o anticipazione di un evento futuro.
Mi tornano in mente i concetti di "grazia e sprezzatura" del Castiglione, depositari di quell'elevazione dell'arte che cela l'arte, che si rende dunque in tal modo "naturale", pur mai appartenendo alla natura.

Nella stesura della trama è, a mio avviso, soppresso il nesso "domanda-risposta".
Fatta eccezione per il caso delle mignatte e della dislocazione delle ossa del Figlio del Padre, in cui il lettore può solamente sospettare della colpevolezza di Saverio, il resto è tutto scoperto.
Viene sapientamente evitata anche la costruzione di un caso da giallo: l'omicidio è preannunciato, non esiste interrogativo da solvere, nè colpevoli da rintracciare, se non la caccia a colpevoli che colpevoli non sono.
In questa abolizione di nessi tra aspettative, supposizioni e risoluzioni, vere o presunte che siano, il romanzo diviene una descrizione di una realtà immodificabile, ingiustificabile, indiagnosticabile.
E' una realtà oggettiva, ossia una realtà "lanciata contro" (nel senso etimologico del termine), in cui poco importa se è l'io-narrante nella veste di Saverio, o Saverio nella veste dell'io-narrante ad essere colpevole.
In qualche modo sono "analoghi" l'uno dell'altro, e dunque perchè no, la stessa persona.
E davvero è di poco conto che questa coesione tra i due uomini sia avvenuta nella mente di una donna malata di mente.
In virtù di essa Saverio è colpevole, mentre il vero colpevole è innocente, non potendo essere nuovamente se stesso, dal momento che non è data la possibilità di un triplo (e la figura del doppio è già incarnata da Saverio).
A questa necessità oggettiva Saverio si arrende, e la cosa comica è che è proprio lui, che perde la sua identità di soggetto, a diventare veramente soggetto (subiectum, sottomesso).
In questo ritrovo l'ombra di Csàth, o l'interpretazione che ne do del suo modo di vedere il mondo: Quello che è lo è necessariamente.

Ti scriverò altro nei prossimi giorni.

Le domande sono:
Chi è l'io che narra? (non mi riferisco al tuo romanzo nello specifico, ma in generale). Ossia L'io che narra perchè scrive quello che vuole raccontare?
Se l'io che narra non è lo scrittore, e quello che scrive non è da lui dunque vissuto, allora chi è?
E perchè scrive?"
(Alessio Elia,
Grazie, Alessio. Proverò a rispondere su queste pagine a queste domande nei prossimi giorni.

Nessun commento: