domenica 10 agosto 2008

"Le larve" - le fonti, 1



Il grande quadro del nonno de “Le larve” non è la parafrasi della composta ferinità di questo “Autoritratto in forma di gufo” di Savinio (1936, visibile alla GAM di Torino), ma ne riprende lo spirito: lo sguardo da rapace innanzitutto, fissato su chi osserva, a studiarne le mosse, la postura, l’avvinghiarsi in primo piano di mani e dita.
Il nonno del protagonista del mio romanzo domina dall’alto del suo ritratto anche da morto: «Era un ritratto a mezza figura, in cui solo il lato destro del nonno, biancastro e illuminato di sguincio, emergeva dall’oscurità totale, caravaggesca dello sfondo. Nero anche il vestito, a parte il colletto e i polsini, dai quali due mezze mani nodose – quelle sue mani che ancora mi sognavo – uscivano a ghermirsi vicendevolmente, come in una simulazione di lotta. Gli occhi, uno nella metà luminosa, l’altro sgranato e baluginante da quella tenebrosa, scrutavano l’astante dall’alto, coronati dai sopraccigli ispidi».
È una descrizione che aggiunge, al modello saviniano, un eccesso di contrasto tra luci e ombre, e che forse, in un dipinto, darebbe luogo a un ritratto mal riuscito, avventato, a un impiastro kitch. Ma nel quadro di Savinio c’è altro: c’è un rimando a una natura ferina, appunto, uccellesca e notturna, ma anche licantropica, in ogni caso predatoria, in quella faccia tonda di piume e peli; nel romanzo tale ferinità è resa da stati di delirio e perdita di coscienza, da fughe nei boschi e nei campi, da episodi di predazione e di pura crudeltà, non da una metamorfosi in qualcosa di davvero animalesco o in un ibrido tra uomo e animale: è una condizione mentale più che fisica (quasi sempre, via). Insomma, l’opera di Savinio corrisponde al romanzo tutto intero, più che al solo tema del ritratto del nonno. Per questo ho per un po’ accarezzato l’idea di usarla per la copertina, prima di vedere la splendida immagine poi utilizzata: ma forse sarebbe stata troppo esplicita, troppo coerente e collimante con il libro.



«Ero turbato da quel ritratto, e spesso mi sorprendevo a spaventarmi al pensiero che in qualche modo quella figura si animasse – in fondo, era già accaduto che un corpo immoto si agitasse di fronte a me in un rigurgito meccanico di vita. Non volevo fissarlo, perché appunto mi turbava, eppure ero costretto a farlo, per controllare che non si movesse: e finivo per trascorrere ore intere a fare la sentinella a quel simulacro – ma sempre di nascosto da tutti, da una posizione un po’ defilata, protetto da un mobile o da un angolo di parete, e soprattutto di nascosto da lui, dal vecchio».

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