venerdì 1 agosto 2008

"Il varco sulla spiaggia"

La partenza per la riviera era avvenuta in piena notte. Io e mia sorella eravamo stati caricati in auto ancora incoscienti. Ora attendevo inquieto il momento della prima passeggiata sulla battigia: camminavamo come su un precipizio, mio padre in canottiera, calzoncini, calzini scuri e scarpe, mia madre lattea, le gambe percorse da intrichi di varici azzurre. Mia sorella si rifiutava di seguirci, in quel rituale iniziatico da cui tornavamo scottati, affranti. Ci aspettava sul bordo della piscina dell'albergo, in costume, cupa nel suo pallore.
Di notte, nel frastuono che proveniva dalla strada e dalle altre camere, mentre i miei genitori gemevano nel sonno, io mi svegliavo e la vedevo accanto alla finestra, immobile, impaziente. Allora la raggiungevo e guardavo fuori anch'io, verso il nero del mare.
La mattina, mi destava l'alzabandiera della colonia vicina. Alle sette, da un altoparlante si levava la vecchia registrazione di una tromba militare. Subito dopo, sentivo i fischietti con cui le inservienti guidavano i piccoli ospiti in ogni attività della giornata. Più tardi, in spiaggia, nella zona riservata alla colonia, avrei visto truppe di ragazzini magri spostarsi dietro ai fischietti, in movimenti di cui mi sfuggiva il senso.
Un recinto delimitava la loro area dal bagnasciuga fino agli spogliatoi, dove si sfaldava in varchi. Un giorno che ciabattavo da quelle parti e sbirciavo al di là del recinto, mi imbattei in uno di quei ragazzini. Ci salutammo con due cenni del capo. Aveva più o meno la mia corporatura, ma qualcosa nei suoi tratti mi suggeriva che avesse qualche anno in più.
«Come va?» chiese. E subito dopo: «Non se ne accorgerebbe nessuno». Proponeva uno scambio, lo capii al volo. «Un'ora, non di più. Allora?»
Annuii, senza pensarci, e ci scambiammo gli slip e i cappellini. Era davvero più grande di me, lo capii osservando di sfuggita il suo coso prima che sparisse dentro il mio costume. Ci allontanammo dal recinto, lui verso i miei, che gli avevo indicato, io verso un gruppo di suoi compagni. Qui mi mischiai tra ragazzini tutti uguali e mi feci anch'io trascinare dai fischietti.
Dopo un'ora tornai ad avvicinarmi al varco, dove aspettai per qualche minuto il mio complice. Quando arrivò, senza dire una parola si sfilò gli slip e mi lanciò il cappellino. «A domani» si congedò.
Tornai da mia madre, inerte sulla sdraio, le braccia penzoloni, ignara. Quanto a mio padre, stava camminando da ore sulla battigia, colto da un'insofferenza muta.
Mia sorella invece mi fissava. «Chi era quello?» mi bisbigliò.
«Uno».
«Lo farete ancora, vero?»
«Domani, credo».
Non la vedevo sorridere così da giorni. La mattina dopo, all'alzabandiera, era già in piedi, pervasa da un'allegria febbrile. Ci precipitammo in spiaggia subito dopo i compiti, e lì, accanto al recinto, trovai già il ragazzino della colonia.
«Ce ne hai messo di tempo» mi disse soltanto.
«Ho dovuto fare i compiti delle vacanze».
«Bravo. Adesso dammi i tuoi slip». E già si calava i suoi.
Corsi ancora dietro ai fischietti, partecipai a giochi di cui non capivo nulla, cantai inni. Alla fine, mi avviai assetato al punto di ritrovo, convinto di essere in ritardo; ma qui dovetti aspettare nascosto un'altra mezz'ora, coltivando fantasie di abbandono.
Finalmente il ragazzino arrivò, ma evitava il mio sguardo, e per spogliarsi pretese che mi voltassi. «Come si chiama tua sorella?» mi chiese. Glielo dissi. «Cercherò di ricordarmelo» borbottò, e raggiunse i compagni.
Mia sorella mi aspettava sotto l'ombrellone, accanto a mia madre. Guai se parli, mi disse muovendo solo le labbra. Mi sembrò spiritata, tutta pupille, come se fosse corsa lì dopo aver fatto chissà cosa. Mia madre invece sorrideva. «Che sagoma sei» mi diceva. «Cos'hai detto prima, che mi ha fatto tanto ridere?»

("Il varco sulla spiaggia" è un mio racconto pubblicato sull'inserto Carlino Estate del "Resto del Carlino" del 5 luglio 2008; su http://unastoriaalgiorno.blogspot.com/ è comparsa a puntate la versione lunga)

Nessun commento: